11.20.05

John Lennon, 25 anni dopo gli spari

Posted in Taccuino at by Spirit of America

Una nuova ondata di ricordi ed emozioni. I fans pronti a invadere
ancora una volta Central Park a New York. Yoko, Paul, Cynthia,
Julian, Sean e gli altri protagonisti e comparse del dramma
ancora una volta sotto i riflettori, mentre Mark Chapman
racconta in tv perché sparò. A 25 anni dalla notte che cambiò
la storia della musica, l’omicidio di John Lennon torna a
riproporre i suoi interrogativi e a farsi interrogare sulle
proprie conseguenze.
Nel fine settimana, gli americani hanno potuto ascoltare in
tv la voce del killer di Lennon che in carcere spiegava il suo
gesto: la rete NBC ha ottenuto ore e ore di registrazioni fatte
da Chapman e ne ha presentata una sintesi. “Niente avrebbe
potuto fermarmi quella sera, mi sentivo come un treno lanciato
in corsa che niente può bloccare”, ha raccontato l’assassino.
L’eco dei colpi di pistola di Chapman tornerà a farsi
sentire la sera dell’8 dicembre, quando il popolo di John e dei
Beatles darà vita all’ennesimo maxi-raduno a Strawberry Fields,
il giardino all’interno di Central Park creato a due passi dal
marciapiede dove Lennon fu assassinato. L’America è già
immersa nel clima da commemorazione, con il settimanale Newsweek
che è tornato a scandagliare le emozioni delle donne di John,
Yoko Ono e l’ex moglie Cynthia.
“Questo è ormai quasi un dramma shakespeariano”, ha
detto Yoko, parlando dell’eredità di Lennon e dei 25 anni di
ricordi, incomprensioni e litigi che hanno seguito la sua morte.
“Ognuno di noi ha qualcosa per cui sentirsi totalmente infelice
riguardo al modo in cui è stato inserito in questo dramma. Ho
un’enorme solidarietà per tutti, veramente”. Compreso Paul
McCartney, l’altra faccia dei Beatles, che con la Ono ha sempre
avuto un rapporto burrascoso. “La mia idea – ha detto la
compagna del cantante scomparso – è che probabilmente è molto
difficile essere Paul McCartney. C’é un certo tipo di
insicurezza che hanno le persone famose e lui ne ha più di
altre persone, probabilmente perché è più famoso”.
Newsweek è andato ad analizzare le ferite che ancora
sanguinano 25 anni dopo l’omicidio. E ne ha trovate molte. Tra
queste, i ricordi di come Cynthia Lennon si sentì tagliata
fuori dai funerali e il braccio di ferro a distanza con il quale
due musicisti, Sean e Julian Lennon (i figli avuti da John uno
con Yoko e l’altro con Cynthia), si battono l’uno contro l’altro
ed entrambi contro il peso del cognome che portano. Il trentenne
Sean e il quarantaduenne Julian non hanno più presentato un
album da quando, sette anni fa, si trovarono a lanciare le loro
opere prime lo stesso giorno, accusandosi a vicenda di aver
cercato di rubare la scena. Entrambe le mamme hanno detto a
Newsweek che i figli sono “al lavoro”, ma non si sa quando
produrranno di nuovo qualcosa.
Come era avvenuto per il 10mo e il 20mo anniversario, anche
la commemorazione del quarto di secolo dall’assassinio è già
diventata sui media americani l’occasione per tornare a
ricostruire il film di quella sera di inizio dicembre a
Manhattan. John e Yoko stavano tornando a casa, nel loro
appartamento al Dakota Building, l’edificio in stile gotico sul
West Side di Central Park dove la vedova vive ancora oggi.
Lennon aveva compiuto 40 anni da un mese ed aveva appena
finito di incidere il primo album in cinque anni. Tornando dallo
studio di registrazione, Lennon scese dalla limousine e si
avviò verso l’ingresso del Dakota, impaziente di vedere il
figlio Sean, 5 anni.
Chapman, che nei nastri appena proposti dalla Nbc torna a
raccontare la sua misteriosa infatuazione per ‘Il giovane
Holden’ di J.D.Salinger e l’ispirazione che avrebbe trovato nel
romanzo, si avvicinò al suo idolo, lo chiamò per nome e gli
sparò. Lennon si trascinò annaspando sulla porta del palazzo,
lasciandosi dietro una scia di sangue e mormorando: “Mi hanno
sparato”. Il portiere corse all’esterno, vide il killer gettare
l’arma e gli gridò: “Lo sai cosa hai fatto? Hai appena sparato
a John Lennon”.
Mark Chapman lo sapeva benissimo, era in agguato da ore
proprio per questo, per rispondere a una voce interiore – ha
raccontato – che continuava a dirgli ‘Fallo, fallo!’. La
preparazione di quel gesto era stata lunga, nella sua mente
malata. Un giorno, seduto a gambe incrociate sul tappeto di
casa, Chapman prese l’album dei Beatles ‘Sgt Pepper’, aprì
davanti a sé ‘Il giovane Holden’ e a quel punto qualcosa
scattò in lui: “Ricordo di essermi detto: ‘E se lo
uccidessi?’. Ricordo di aver pensato che forse avrei trovato la
mia identità nell’uccisione di John Lennon”.

11.02.05

Colonnello muore in Iraq, sangue su promessa mancata

Posted in Taccuino at by Spirit of America

Il colonnello William Wood ha rotto, nel sangue, una promessa fatta una settimana fa con la voce incrinata ai suoi soldati in Iraq. ”Basta morti”, aveva garantito ai ragazzi della Guardia nazionale della California, decimati dalle bombe degli insorti iracheni. Pochi giorni dopo, Wood e’ saltato in aria a sud di Baghdad mentra cercava di soccorre un capitano in fin di vita.
Wood e’ diventato l’ufficiale americano di piu’ alto grado ad essere ucciso in Iraq da quando e’ cominciata la guerra nel 2003 e il suo nome e’ andato ad aggiungersi al lungo elenco delle perdite del Primo battaglione del 184mo Reggimento di fanteria della Guardia nazionale californiana. Un’unita’ massacrata come poche altre. Dei suoi 700 uomini, piu’ di 100 sono stati feriti e 11 sono morti da quando il battaglione e’ arrivato in Iraq lo scorso gennaio.
Il colonnello, un ufficiale di 44 anni originario della Florida, era stato messo al comando del battaglione l’estate scorsa, in un momento difficile. A luglio, 12 militari dell’ unita’ della California erano finiti sotto inchiesta per abusi sui prigionieri iracheni: il mese scorso, tre sergenti sono finiti in cella e altri quattro soldati sono stati condannati ai lavori forzati per i maltrattamenti. Il Pentagono aveva rimosso il loro comandante, il colonnello Patrick Frey e aveva messo Wood al comando del battaglione.
Una settimana fa, il nuovo colonnello aveva riunito le proprie truppe demoralizzate nella base avanzata ‘Falcon’ in Iraq e aveva parlato loro con il cuore. Wood aveva confessato di aver assunto il comando un po’ prevenuto, visti i precedenti di quell’unita’, ma di aver invece scoperto un gruppo di ”grandi professionisti, ufficiali e uomini di talento e di disciplina”.
Il colonnello aveva promesso ai soldati che non ci sarebbero state altre fotografie da aggiungere alla parete dove nella base Falcon vengono ricordati i caduti. Ma pochi giorni dopo, Wood si e’ trovato di pattuglia a sud di Baghdad quando una bomba e’ esplosa vicino alla sua vettura. Uno dei molti ‘improvised explosive devices’ (Ied) che sono da tempo l’incubo delle forze americane e che si stanno rivelando sempre piu’ letali.
Il capitano Michael MacKinnon, 30 anni, un graduato di West Point e ufficiale dell’Esercito che Wood aveva portato con se’ alla guida del battaglione, e’ rimasto gravemente ferito (e’ morto poche ore dopo). Il colonnello si e’ lanciato verso di lui per soccorrerlo, ma come spesso accade negli agguati degli insorti in Iraq c’era un secondo ordigno nascosto – forse attivato a distanza – pronto ad accoglierlo e Wood e’ morto all’ istante.
Il battaglione non ha avuto neppure il tempo di piangere la perdita dei propri leader e di accogliere un nuovo comandante, il colonnello Everett Knapp, che nel fine settimana ha perso altri due membri, il capitano Raymond Hill e lo ’specialist’ Shakere Taffari Guy.