03.29.06
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Giovanni Paolo II si è lasciato alle spalle un ‘miracolo’ in Missouri, nel cuore del Midwest americano. Difficile dire se sia del genere che viene
preso in considerazione nelle cause di beatificazione. Quel che é certo è che Darrell Mease, che non è cattolico ma confessa di “pregare per lui”, è vivo e può ricordare il Papa proprio grazie a un’incursione del Santo Padre: nel gennaio 1999 Mease fu la prima (e unica) persona a venir salvata dalla pena di morte negli Usa per un intervento diretto del pontefice.
“Ho pregato per Giovanni Paolo e ho apprezzato il suo parlar
chiaro contro l’assassinio di bambini (l’aborto, ndr) e
l’assassinio di detenuti”, afferma Mease, che fu graziato dal
governatore del Missouri, Mel Carnahan, proprio in occasione
della visita del Papa nello stato del Midwest. “Ho anche
apprezzato il fatto - aggiunge Mease - che sia stato usato da
Dio a mio favore”.
Mease, un protestante che si definisce cristiano ‘rinato’,
non ha certo una visione agiografica del Papa. “Posso sembrare
ingrato, ma non gli renderò gloria, lui è stato solo un mezzo
di cui Dio si è servito”, afferma Mease, in uno scambio di
lettere con l’Ansa dal Potosi Correctional Center, un carcere
del Missouri dove sconta l’ergastolo.
Lo stop all’esecuzione di Mease fece sensazione, perché
Carnahan lo attribuì proprio alle richieste del Papa e il gesto
fu letto dagli osservatori come un serio rischio per un politico
americano, in una parte del paese dove la maggioranza della
popolazione è favorevole alla pena capitale. Il governatore
democratico non ha avuto molto tempo per verificare gli effetti
sulla sua carriera: il 19 ottobre 2000 è morto in un incidente
aereo, mentre era in campagna elettorale per diventare senatore.
Mease, un reduce del Vietnam condannato per aver ucciso a
sangue freddo una coppia e il loro figlio invalido, doveva
morire il 27 gennaio 1999, proprio il giorno in cui il Papa
faceva sosta in Missouri nel suo 85mo viaggio all’estero.
“Quando si sono accorti che le date coincidevano - racconta
Mease - si sono vergognati, non volevano ammazzarmi mentre c’era
il Papa in città. Così, con una scusa, la Corte suprema del
Missouri ha spostato la data al 12 febbraio”. Ma durante la
visita papale, prima il cardinale Angelo Sodano ebbe un incontro
privato con il governatore per parlare di Mease e poi il Papa
chiese personalmente un gesto di clemenza.
Secondo il detenuto, “Carnahan si recò a St.Louis per
incontrare Sodano insieme al suo capo dello staff, Chris
Sifford, e chiese a quest’ultimo: ‘Tu sei cattolico e a favore
della pena di morte, cosa faresti?’. E Chris rispose:
‘Ascolterei il Papa, lui e’ diversò”. Il pontefice aveva
già tentato in passato di far sentire la propria voce negli Usa
per fermare un’ esecuzione, tra l’altro in casi celebri come
quello di Joseph O’Dell (1997) e Karla Faye Tucker (1998). Ma
non era mai successo che i governatori - per la Tucker era
George W. Bush - avessero cambiato idea.
Carnahan, in un comunicato, spiegò di aver preso la
decisione “per il profondo rispetto che nutro per il pontefice
e per tutto ciò che rappresenta”. Secondo Mease, Carnahan e
Sifford - che si trovava sul volo fatale con il governatore -
“sono stati assassinati dai politicanti e dai loro
portaborse”. Le indagini sulla vicenda si sono concluse all’
epoca stabilendo che si trattò di un incidente.
Mease, 60 anni, non ha certo il profilo di un testimone
disponibile a deporre per sostenere la ‘fama di santita’ ‘ del
defunto pontefice, come invece sta accadendo in questo periodo -
come ha raccontato Joaquin Navarro-Valls, direttore della sala
stampa della Santa Sede - con testimonianze da tutto il mondo da
parte anche di agnostici o appartenenti ad altre religioni. ‘’Io
sapevo da tempo che sarei stato salvato da Dio - scrive il
detenuto, in pagine e pagine di quaderno a righe zeppe di
citazioni dalla Bibbia -, sapevo che non c’era alcun potere in
grado di uccidermi. Credo che Dio abbia scelto il Papa per
risolvere questa faccenda perché qualunque cosa ha a che fare
con lui è una notizia mondiale e così il messaggio che Dio mi
ha affidato può girare tutto il mondo”.
L’uomo che vive grazie all’intervento papale, ha una
personalità complessa, che ha affascinato anche il criminologo
americano Michael Cuneo, che gli ha dedicato un libro, ‘Almost
Midnight’. Mease, secondo Cuneo, “é convinto di essersi scelto
Dio come avvocato difensore”, dopo una vita disperata. Tornato
sconvolto dal Vietnam - racconta il criminologo - non riuscì
mai a integrarsi di nuovo. Dopo aver mandato all’aria due
matrimoni e perso una serie di posti di lavoro, si lanciò in
una vita da vagabondo con la sua ultima compagna, Mary.
Con lei, dopo il triplice omicidio, Mease fuggì attraverso
mezza America. I novelli Bonnie and Clyde si dedicarono a furti
e rapine fino a quando non furono catturati mentre dormivano in
auto. In carcere, Mease sostiene di aver ritrovato la fede e di
essere ‘rinato’.
Un itinerario che lo ha portato a un passo dall’iniezione
letale, fino al giorno in cui la sua vita balorda incrociò
quella del Papa polacco.
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03.22.06
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Bernard Brown aveva 11 anni, l’eta’ delle mie figlie gemelle, quando la mattina dell’11 settembre 2001 sali’ su un aereo a Washington per quello che doveva essere un eccitante viaggio premio in California. Con due coetanei e un insegnante, Bernard andava a visitare un santuario marino, dopo aver vinto una competizione scolastica promossa dal National Geographic. Da settimane sognava quel volo, ma non vide mai la California: Bernard si disintegro’ contro le pareti del Pentagono, dopo aver trascorso lunghi minuti di un orrore difficile da immaginare, a bordo di un aereo diventato un’arma di distruzione di massa.
Il destino del piccolo Bernard c’entra con le elezioni del 9 aprile piu’ del futuro dell’Irap o dell’alta velocita’ in Val di Susa. Il motivo? Per molte, troppe persone in Italia, Bernard non e’ mai morto. L’aereo su cui volava non e’ mai esistito. I 58 passeggeri e i sei membri dell’equipaggio del volo United 77 sono fantasmi inventati dalla CIA.
Prima o poi occorrera’ fare un sondaggio per scoprire quanti siano gli italiani convinti che al Pentagono l’11 settembre non e’ caduto un aereo pilotato da terroristi di Al Qaida, ma e’ scoppiata una bomba. Il risultato, ne sono certo, sarebbe sconvolgente, perche’ e’ un dubbio che serpeggia in una percentuale consistente di persone.
Andando al voto a quasi cinque anni da quel giorno, occorre interrogarsi su chi e perche’ abbia fatto di tutto in questi anni in Italia per cercare di trasformare l’11 settembre in un mistero. Occorre capire come un diffuso antiamericanismo sia andato cosi’ fuori controllo da spingere tanti, nelle nostre citta’, a pensare che quello che e’ accaduto al Pentagono o alle Torri Gemelle sia una sorta di equivalente americano della strage di Piazza Fontana o di quella alla stazione di Bologna. Siccome siamo abituati ai misteri senza soluzione di casa nostra, ci sembra scontato che anche in America, quando scoppia qualcosa, occorra guardare ai ’servizi’, piu’ o meno deviati.
Se non si capisce cosa e’ accaduto l’11 settembre 2001 negli Usa, non si comprende piu’ niente della storia contemporanea. Se si pensa che gli americani abbiano inventato il loro giorno piu’ nero, per avere una scusa per andare a lanciare bombe in giro per il mondo, allora d’un tratto cambia la prospettiva di tutto cio’ che stiamo discutendo sui rapporti con l’Islam e sui rischi del jihadismo globale. Se continuiamo a pensare a macchinazioni della CIA o crediamo alle stupidaggini di chi ci racconta che “tutti gli ebrei erano scappati in anticipo dalle Torri Gemelle” – io c’ero, quell’11 settembre a New York, e so che e’ una balla colossale – allora non abbiamo capito quale sia la sfida a cui e’ chiamata la nostra generazione. E non potremo dare un voto che tenga conto della realtà.
Potrei fornire innumerevoli dettagli per spiegare cosa è realmente accaduto al Pentagono. Potrei sommergervi con una mole di documenti che raccontano come Khalid Sheikh Mohammed abbia pianificato l’attacco già anni prima sulle montagne afghane di Tora Bora, alla presenza di Osama bin Laden. Potrei ripercorrere minuto per minuto – perche’ queste cose sono tutte agli atti negli USA – cio’ che hanno fatto i cinque terroristi kamikaze che lanciarono quell’aereo contro la sede della Difesa USA. Potrei descrivervi le mappe e i grafici che all’interno del Pentagono – dove vado spesso per motivi di lavoro – mostrano come la traiettoria in diagonale dell’aereo United 77 abbia falciato chi sedeva a una certa scrivania e risparmiato il suo vicino (nessuna bomba potrebbe ottenere un effetto del genere).
Ma preferisco ricordare a tutti il piccolo Bernard e i suoi coetanei Asia Cottom e Rodney Dickens, che sognavano di andare a vedere i pesci della California e si sono ritrovati ridotti in brandelli. Preferisco ricordare l’incredibile ironia del destino che ha voluto che Bernard morisse nel luogo dove lavorava il suo papa’, Bernard Sr., un ufficiale della US Navy in servizio al Pentagono. Quando la mamma di Bernard vide in tv le immagini della tragedia, terrorizzata si mise alla ricerca del marito e con sollievo scopri’ che in quel momento non era in ufficio. Fu una gioia di pochi istanti, il tempo di capire che non era vedova, ma aveva perso un figlio.
Bernard, Asia e Rodney erano saliti sull’aereo all’aeroporto Dulles di Washington. Eccitati dal viaggio, non fecero certamente caso a due sauditi dal volto teso, Majed Moqed e Khalid al Midhar, che sedevano vicino a loro, ai posti 12A e 12B. Ne’ probabilmente lanciarono qualcosa di piu’ di uno sguardo ad Hani Hanjour, che sedeva in prima classe nel posto 1B o a due fratelli sauditi a loro volta con posti di business, Nawaf e Salem al Hamzi (5E e 5F). E’ piu’ probabile che si siano accorti di altri due bambini che erano sull’aereo, i fratellini Dana e Zoe Falkenberg, 3 e 8 anni, in viaggio con i genitori.
Chi ha voluto in questi anni, in Italia, che ci si dimenticasse di quei cinque bambini? Chi ha promosso campagne antiamericane cosi’ irrazionali da instillare nella gente la convinzione che non siano mai esistiti e che in fondo “gli americani si sono inventati tutto?”.
Da italiano all’estero, quest’anno avro’ per la prima volta la possibilita’ di votare qui negli USA.
Non so voi, ma io votero’ avendo in mente non le piccole beghe di casa nostra, ma il volto sorridente di Bernard Brown.
E il mio voto cerchera’ di rendergli un po’ di giustizia.
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03.20.06
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Le angosce d’amore di Paolo e Francesca possono sembrare fuori posto, se lette da un adolescente vietnamita al tavolino di un caffe’ di San Francisco, dove una dozzina di coetanei sudamericani e asiatici sorseggiano cappuccino e ascoltano il destino infernale per i lussuriosi. E invece la Divina Commedia si scopre di casa anche all’ombra del Golden Gate, dove una giovane insegnante ha scelto l’opera di Dante per dare a un gruppo di ragazzi disagiati un’ opportunita’ in piu’ di vivere il loro ’sogno americano’.
Da alcuni mesi, ogni sabato mattina, un insolito Dante Club si riunisce al Morning Due Cafe nella citta’ della California. Sono ragazzi e ragazze della Mission High, una scuola superiore locale che riunisce soprattutto studenti che appartengono a minoranze etniche, immigrati arrivati da poco negli Usa, ancora alle prese con le difficolta’ di imparare l’ inglese. Di solito, il massimo di letteratura occidentale che entra nel loro curriculum sono un paio di opere di Shakespeare e qualche classico britannico o americano.
Ma la classe di Callen Taylor, una professoressa trentenne che ama l’Italia, ha avuto un’opportunita’ diversa. Dallo scorso settembre, la docente ha invitato un gruppetto di studenti a leggere insieme a lei l’Inferno di Dante, canto per canto. Una proposta fuori dall’orario scolastico e per di piu’ di sabato mattina, un momento della settimana che gli adolescenti americani dedicano normalmente all’ozio. Da allora, pero’, nessuno tra la dozzina di ragazzi che la Taylor ha messo insieme, ha perso una sola occasione di presentarsi al tavolino del bar per leggere Dante con gli amici.
Gli studenti sono messicani, vietnamiti o immigrati di altre parti di Asia e America Latina. La scorsa estate avevano preso parte a programmi estivi con studenti di scuole piu’ ricche e privilegiate e si erano sentiti intimiditi dai loro curriculum scolastici. ‘’Si chiedevano perche’ tra quei ragazzi tutti sembravano conoscere la mitologia greca o davano per scontato che Giove e Zeus sono la stessa cosa'’, ha raccontato la Taylor al San Francisco Chronicle, che ha dedicato grande spazio alla storia dell’insolito Dante Club.
Gli studenti chiedevano la possibilita’ di imparare qualcosa di piu’ sulla letteratura e la cultura occidentali. La professoressa, reduce da un periodo di studio di Dante in Italia, ha pensato di proporre loro l’Inferno. Ed e’ stato subito un colpo di fulmine. ‘’E’ una lettura che mi fa riflettere - ha raccontato Wilson Jimenez, 18 anni - perche’ ora mi chiedo: ‘Se faccio questa cosa, in quale cerchio dell’inferno finiro?’. Sono cattolico e quindi ci credo'’. Khiem Vo, un diciottenne vietnamita, ha spiegato che di solito al sabato ‘’dormivo fino a mezzogiorno e poi mi mettevo di fronte alla Tv. Ma quello che facciamo adesso non e’ veramente scuola, e’ stare insieme ai miei amici per parlare di libri. E’ imparare piu’ cose di fronte a una tazza di caffe’ in una giornata di sole: non e’ niente male'’.
La Taylor adesso sta allargando l’iniziativa oltre le riunioni del sabato mattina. Il Dante Club ha gia’ fatto delle giornate insieme a visitare musei e biblioteche e si appresta ad andare a vedere le collezioni di arte italiana al Getty Museum di Los Angeles. Ma il sogno di tutti e’ ancora piu’ ambizioso: la professoressa ha cominciato a raccogliere soldi per portare i ragazzi in Italia, a visitare i luoghi di Dante. Per centrare l’obiettivo e’ stato messo in piedi anche un apposito sito web, all’indirizzo www.danteclub2006.com
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03.13.06
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Nelle ex citta’ industriali della regione americana dei Grandi Laghi, massacrate dalla disoccupazione e costellate di gigantesche fabbriche abbandonate alla ruggine, i sindaci provano un po’ di tutto per frenare la fuga degli abitanti. Di solito la scelta cade sulla creazione di parchi pubblici, centri commerciali o magari un festival di musica. Kalamazoo, in Michigan, ha deciso di tentare una strada diversa, investendo sull’istruzione: a chi restera’ ad abitare in citta’ verranno pagati tutti gli studi universitari.
L’idea e’ venuta a un gruppo di facoltosi cittadini locali, angosciati nel vedere il rapido declino di una localita’ colpita quasi a morte dalla chiusura di un grande stabilimento della General Motors e dalla scomparsa di altre industrie. Kalamazoo, che ha oggi 77.000 abitanti in buona parte bianchi e di famiglie di lunga tradizione operaia, sembrava avviata al declino che sta interessando molte localita’ analoghe del Midwest, falcidiate dalla perdita di posti di lavoro. Dopo aver raccolto i fondi sufficienti e aver stretto rapporti con tutte le universita’ pubbliche e i ‘community college’ del Michigan, i promotori hanno lanciato la Kalamazoo Promise, un’iniziativa che promette una carriera universitaria a spesa zero in cambio, semplicemente, della scelta di abitare in citta’. Per beneficiare del programma, bisogna avere la residenza a Kalamazoo ed entrare nelle scuole locali prima del nono grado (il primo anno delle scuole superiori). Chi svolgera’ la propria carriera scolastica dall’asilo alla fine delle superiori nella citta’ del Michigan, avra’ il 100% delle spese universitarie coperte. Per coloro che trascorreranno almeno gli ultimi quattro anni delle superiori, la copertura sara’ del 65%.
Il risparmio per le famiglie di Kalamazoo, dove il tasso di poverta’ ha raggiunto il 25%, sara’ compreso tra i 1.700 dollari l’anno di un community college e i 9.000 della retta annuale della University of Michigan.
Annunciata ufficialmente lo scorso novembre, l’iniziativa sembra funzionare, al punto che ha attratto l’attenzione e le lodi del Wall Street Journal perche’ sta mostrando gli effetti anche sull’economia locale. Le societa’ immobiliari, per esempio, da anni non avevano piu’ alcuna domanda per la costruzione di case nell’area urbana di Kalamazoo, ma adesso si fanno concorrenza per rispondere alle richieste.
L’offerta del college gratis - un miraggio in un’America dove le famiglie pagano prezzi altissimi per l’istruzione post- secondaria - ha attratto nuclei familiari fin dall’Arizona, mentre delegazioni da Filadelfia o dall’Iowa sono venute a studiare la ‘Promessa’ di Kalamazoo. I promotori dell’iniziativa, che hanno chiesto di restare anonimi, sono stati riuniti da William Johnston, il fondatore di un gruppo d’investimento locale, che per mesi ha tenuto incontri nel salotto di casa con altri facoltosi cittadini per cercare di pensare a qualcosa per salvare la loro citta’ natale. Il gruppo ha interpellato vari amministratori locali ed e’ giunto alla conclusione, ha raccontato Johnston, ‘’che un’economia migliore era possibile solo con un sistema scolastico piu’ sano'’. Pensando a come raggiungere questo scopo, ha aggiunto, ‘’qualcuno e’ venuto fuori con un’idea: e se offrissimo il college gratis a tutti?'’.
Il 10 novembre scorso centinaia di genitori, studenti e residenti della citta’ sono stati riuniti in un incontro pubblico per annunciare un programma all’epoca ancora misterioso, che si intitolava Kalamazoo Promise. ‘’Un gruppo di donatori che comprendono che l’educazione ha lo stesso peso dell’economia - ha annunciato Janice Brown, la soprintendente delle scuole - hanno deciso di investire nei nostri studenti'’. La gente rispose con un enorme applauso, con molti genitori che si abbracciavano in lacrime. Altri che seguivano l’incontro in tv, ricorda Dick Stewart, che ha una figlia studentessa, ‘’hanno reagito urlando di gioia, e’ stata una delle cose piu’ belle e incredibili che ho mai visto'’.
Secondo gli esperti, i costi per gli investitori saranno inizialmente di 3,5 milioni di dollari l’anno e saliranno a 12 milioni l’anno nei prossimi quattro anni. Ma la scommessa, e la promessa, sembrano funzionare: a Kalamazoo sono tornati i cantieri per costruire case e la citta’ sogna di rimettere in piedi la propria economia partendo dai banchi di scuola.
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03.10.06
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Sarà un’esibizione di golf senza dubbio ’stellare’.
Tra qualche mese un astronauta russo si
calerà nei panni di un Tiger Woods dello spazio per spedire in
orbita, con un colpo secco, una pallina placcata d’oro. L’idea
é quella di raccogliere soldi per il programma della Stazione
spaziale internazionale, ma la Nasa ha qualche dubbio sulle doti
di golfista del russo prescelto per lo spot: se la palla finisse
contro la Stazione, l’impatto sarebbe paragonabile a quello di
uno scontro con un camion di 6 tonnellate.
L’iniziativa è stata discussa in Florida dal direttore della
Nasa, Michael Griffin e dalla sua controparte russa, Anatoly
Perminov. L’agenzia spaziale russa, da tempo impegnata a
raccogliere soldi con modalità creative per mantenere vivo il
proprio programma, ha raggiunto un accordo con una società
canadese, ‘Element 21 Golf’, per realizzare il piccolo show in
orbita.
La società realizza mazze da golf a base di scandio, un raro
metallo leggero che si trova al numero 21 nella tavola periodica
degli elementi (da qui il nome dell’azienda) e viene usato nei
filamenti delle lampadine o, insieme all’alluminio, nella
produzione di attrezzature sportive. I canadesi cercavano un
modo per fare una campagna pubblicitaria sensazionale e alla
fine la risposta l’ha trovata Nataliya Hearn, una professoressa
di ingegneria che fa parte del consiglio d’amministrazione della
società. Ispirata da una celebre immagine dell’astronauta
americano Alan Shepard che gioca a golf sulla Luna (era il
1971), la Hearn ha proposto ai russi di ripetere qualcosa del
genere.
L’offerta è stata accompagnata da una consistente somma di
denaro - la cui entità non è stata resa nota - e la risposta
é stata positiva. I russi in passato hanno portato in orbita
turisti spaziali per 20 milioni di dollari a testa, hanno
incassato 450.000 dollari da una società alimentare israeliana
per mostrare gli astronauti che bevevano latte e hanno ricevuto
un milione di dollari dalla catena americana Pizza Hut per poter
mettere il proprio logo su un razzo carico di pizze dirette alla
Stazione.
Visti i precedenti, lo spot golfista non ha incontrato
particolari resistenze: al cosmonauta Pavel Vinogradov è stato
detto di cominciare ad allenarsi con una mazza ‘da sei’, tre
palline dorate e una speciale piattaforma che sono stati
consegnati alla Stazione con il cargo Progress. Il colpo nello
spazio di Vinogradov dovrebbe spedire in orbita la pallina per
2-4 anni, prima che si disintegri al contatto con l’atmosfera
terrestre.
Ma gli americani, che sono partner con i russi, gli europei e
i giapponesi nella realizzazione della Stazione spaziale, non
hanno dato ancora il via libera definitivo all’impresa. Il Los
Angeles Times ha raccolto vari pareri di esperti del settore
spaziale e addetti ai lavori che hanno espresso perplessità sul
tipo di messaggio che manderà quella che alcuni hanno definito
una “bravata”. L’agenzia spaziale americana, in crisi da anni
per la difficoltà a rimettere in piedi il programma dello space
shuttle, teme iniziative che diano un’immagine dell’esplorazione
spaziale come di uno spreco di tempo e denaro.
Preoccupazioni sono state espresse anche sul piano della
sicurezza. Un esperto di detriti cosmici che lavora come
consulente della Nasa, J.C.Liou, ha detto alla rivista New
Scientist che la palla potrebbe colpire la Stazione con la forza
di un camion di 6 tonnellate, provocando danni gravi al progetto
da 53 miliardi di dollari.
Griffith, il direttore della Nasa, si è detto ottimista sul
fatto che lo spot spaziale si farà. “Se non emergono problemi
di sicurezza - ha spiegato - mi sembra che l’iniziativa proposta
dai russi sia un’opportunità che produce finanziamenti, non una
fonte di spreco, e per questo non la vedo come contrapposta alle
nostre ricerche scientifiche nello spazio”.
In attesa di nuovi ordini, il cosmonauta Vinogradov si allena
al golf spaziale per evitare di combinare qualche guaio. Nella
sua biografia c’é scritto che è un appassionato di sport, ma
niente indica che abbia esperienza come golfista.
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03.05.06
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I Dj neri del Bronx che negli
anni ‘70 cominciarono a ‘graffiare’ dischi di vinile, inventando
un nuovo genere, non potevano certo immaginare che i loro
giradischi e perfino cappelli e magliette che indossavano
all’epoca, sarebbero diventati pezzi da museo.
Dopo oltre tre decenni di vita, l’hip-hop entra nel salotto
buono della cultura americana, lo Smithsonian, andando a
prendere posto al fianco di cimeli come la bandiera che ispiro’
‘Star-Spangled Banner’ (l’inno nazionale americano) o la
ricostruzione del locale di Greensboro, in North Carolina, dove
quattro studenti neri ribelli scrissero nel 1960 una storica
pagina nella lotta per i diritti civili. Il National Museum of
American History, uno dei musei gestiti sul Mall di Washington
dalla Smithsonian Institution, ha deciso che e’ tempo di
dedicare un’esposizione permanente alla cultura che ha generato,
negli anni, fenomeni come la breakdance, i graffiti e la musica
rap attuale.
Vecchi Dj e musicisti hip-hop della prima ora stanno facendo
a gara ad aprire i propri ripostigli e tirar fuori album di
vinile, giacche di jeans colorate, vistosi gioielli e perfino i
grandi microfoni con i quali i re delle discoteche si lanciavano
nei loro sermoni a ritmi sincopati. ‘’Adesso a chiunque abbia
qualcosa da dire sulla mia musica, potro’ dire, con una raffica
di insulti, di andare al museo'’, ha commentato il ‘gangsta
rapper’ Ice-T, che ha donato le proprie magliette d’epoca e una
collezione di dischi rari.
La mostra permanente si chiamera’ ‘Hip-Hop won’t stop: the
beat, the rhymes, the life’ e richiedera’ alcuni anni e due
milioni di dollari per essere completata. Gli esperti dello
Smithsonian, che hanno appena annunciato l’avvio del progetto,
gireranno l’America per raccogliere la storia orale della
cultura hip-hop e migliaia di memorabilia da esporre nel museo a
due passi dalla Casa Bianca e dai monumenti storici di
Washington. Una consacrazione che pone ora il genere a un
livello di rispettabilita’ pari a quello del jazz. ‘’La musica
americana - ha spiegato Brent Glass, il direttore del museo - e’
la colonna sonora della storia americana. Hip-hop e’ stato parte
della musica americana per oltre 30 anni e meritava
quest’onore'’.
Il progetto ha suscitato l’entusiasmo dei pionieri del
genere, a partire dai primi disk-jockey che nel turbolento Bronx
dei primi anni ‘70 eccitavano le folle con la loro insolita
modalita’ di usare il giradischi. Alla presentazione dell’
iniziativa, si sono presentati praticamente tutti i nomi storici
dell’epoca: Afrika Bambaataa, Grandmaster Flash, Russell
Simmons, DJ Kool Herc, tra gli altri.
Per molti di loro, e’ anche l’occasione per riflettere sul
fenomeno culturale di cui sono stati e sono protagonisti.
Simmons, uno dei fondatori dell’etichetta DefJam, non ha mancato
per esempio di sottolineare che la sua prima reazione alla
notizia che l’hip-hop entra al museo e’ stata di grande
preoccupazione. ‘’Significa che il genere ha perso la sua carica
di innovazione e la sua novita”’, ha detto Simmons, secondo il
quale l’hip-hop e’ ‘’l'unica reale descrizione della sofferenza
del nostro popolo'’.
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03.02.06
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Una mano di vernice per rendere muti, a richiesta, i telefonini troppo invadenti. E’ un sogno che si avvera per sale cinematografiche, aule scolastiche, chiese, teatri e altri luoghi turbati dagli squilli dei cellulari: un’azienda americana ha inventato una speciale vernice che, grazie alle nanotecnologie, puo’ essere attivata o disattivata come filtro per isolare gli apparecchi molesti. Il prodotto della ‘NaturalNano‘ di Rochester, nello stato di New York, ha gia’ sollevato le proteste delle societa’ di telefonia mobile.
La vernice high-tech e’ dotata di infinitesimali particelle di rame inserite in nanotubi 20.000 volte piu’ sottili di un foglio di carta.
Utilizzando le proprieta’ delle nanotecnologie - un settore che gli scienziati ritengono una redditizia frontiera ancora in gran parte da esplorare -, la vernice stesa sulle pareti di un locale puo’ venir ‘attivata’ da speciali apparecchiature, per trasformarsi in un filtro impenetrabile per le trasmissioni cellulari. In teoria, per esempio, in una sala cinematografica trattata con la vernice-filtro, i telefoni potrebbero funzionare nei minuti che precedono un film e diventare automaticamente non raggiungibili una volta che parte la proiezione.
Joe Farren, portavoce della Wireless Association, ha affermato che gli operatori della telefonia mobile ‘’si oppongono a qualsiasi tipo di tecnologia che blocchi le comunicazioni. Pensiamo - ha detto - a una coppia di giovani genitori che la baby-sitter cerca di raggiungere al cinema, o al neurochirurgo che viene chiamato per un intervento d’urgenza. Hanno diritto a ricevere le loro chiamate'’.
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