09.28.06
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Nel mese di Ottobre, la popolazione degli Stati Uniti raggiungera’ quota 300 milioni. E il neonato numero 300.000.000, secondo gli esperti di statistiche, sara’ il figlio di immigrati ispanici.
Il vero, grande tema che racconta l’America del XXI secolo non e’ la guerra al terrorismo, ma e’ l’immigrazione. Il paese sta cambiando volto in un modo sorprendente per effetto dell’ondata di arrivi soprattutto dal Messico. Una rivoluzione pacifica e, a mio avviso, del tutto positiva per l’America, che per l’ennesima volta nella sua storia viene rimodellata per effetto degli immigrati.
Ci sono voluti 139 anni agli USA per raggiungere quota 100 milioni di abitanti, altri 52 per arrivare a 200 milioni e solo 39 per toccare il tetto dei 300 milioni. Dal 2000 ad oggi, gli Stati Uniti hanno aumentato la popolazione di ben 20.000.000 di persone e un neonato su due e’ ormai un figlio di immigrati ispanici. Il tutto e’ avvenuto tra mille problemi, certo, ma senza le tensioni che si vedono in Europa e nelle stesso periodo in cui le culle europee sono diventate sempre piu’ vuote.
Ci sono un’infinita’ di lezioni interessanti per il Vecchio Continente nel boom demografico americano che parla spagnolo. Questo blog ne parlera’ ancora…
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09.27.06
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Si discute moltissimo in questi giorni, negli USA e nel mondo, delle conclusioni sul terrorismo cui sono giunte nei mesi scorsi le 16 agenzie federali che costituiscono la comunita’ d’intelligence americana (CIA, NSA, FBI ecc.). Mettendo insieme tutte le informazioni e le analisi raccolte dall’inizio della guerra in Iraq a oggi, l’intelligence ha prodotto lo scorso aprile un documento top-secret, noto come National Intelligence Estimate (NIE), che sintetizza quello che e’ lo scenario della minaccia jihadista visto con gli occhi dei servizi segreti americani.
I NIE sono di solito tra i documenti piu’ importanti e riservati che circolano a Washington. Ma visto il furore che hanno provocato alcune indiscrezioni sul suo contenuto, secondo le quali la guerra in Iraq ha aumentato i rischi del terrorismo su scala globale, la Casa Bianca ha compiuto il passo eccezionale di renderne pubblica una sintesi. Le quattro pagine di testo, molto interessanti, sono ora disponibili sul sito dell’ufficio del Director of National Intelligence.
Forse ancora piu’ interessante e’ il testo di un discorso che il Direttore dell’intelligence, John Negroponte, ha tenuto il 25 settembre al Woodrow Wilson International Center for Scholars a Washington.
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09.24.06
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Sognano la Svizzera, e non solo perche’ sono cresciuti nella zona piu’ ‘alpina’ d’America, tra boschi, montagne e allevamenti. Sono guidati da un professore cresciuto al caldo del Golfo del Messico e poi convertito da una vacanza in Alto Adige. Sono i secessionisti del Vermont, che di fronte al malcontento per le scelte di Washington propongono una soluzione drastica: proclamare l’indipendenza dagli Usa. […]
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09.22.06
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Il centro studi americano Stratfor, che fornisce analisi d’intelligence utilizzate da multinazionali e organi di governo, ha diffuso un rapporto ai propri clienti nel quale prevede che avverranno ‘’attentati alla vita di Benedetto XVI'’ legati al suo recente discorso a Regensburg.
‘’Se i piani contro la vita di Benedetto raggiungessero una fase esecutiva, vista la natura pubblica delle attivita’ del Papa, saranno attacchi molto sanguinosi'’, ha scritto nella propria analisi Fred Burton, vicepresidente di Stratfor. Burton ha lavorato nell’ufficio antiterrorismo del Dipartimento di Stato ed e’ stato tra i protagonisti della cattura, negli anni Novanta, di Ramzi Yousef, l’autore del primo attentato al World Trade Center.
L’operazione che porto’ all’arresto di Yousef era legata anche alla scoperta di un piano per uccidere papa Giovanni Paolo II nelle Filippine nel 1995. Burton ricostruisce il progetto, che prevedeva l’uso di un terrorista-kamikaze travestito da prete. L’iniziativa era tra i piani messi a punto da Khalid Sheikh Mohammed, il leader di Al Qaida che e’ stato lo stratega dell’attacco dell’11 settembre 2001 (nonche’ zio di Yousef).
Secondo Stratfor, ‘’e’ solo questione di tempo'’ prima che leader islamici autorevoli emettano ‘fatwa’ che autorizzino i musulmani a tentare di uccidere il Papa. Alcuni religiosi radicali, come Sheikh Abu Bakar Hassan Malin in Somalia - sottolinea Burton - si sono gia’ pronunciati in questo senso. ‘’Nello stesso tempo - secondo l’analisi - ci aspettiamo che venga emessa nel breve termine una dichiarazione da parte della leadership storica di Al Qaida, con ogni probabilita’ esortando i sostenitori a colpire il Papa o, possibilmente, un piu’ vasto numero di bersagli'’.
Per l’esperto americano, e’ prevedibile che si verifichi nei prossimi giorni ‘’una seconda ondata di risposte, piu’ violenta della prima'’ alle parole di Benedetto XVI. Il Papa, stando a Burton, e’ salito ‘’di un gradino o due nell’elenco degli obiettivi prioritari di al Qaida, dei suoi simpatizzanti e dei jihadisti di base'’.
L’istituto di analisi americano diffonde i propri studi a manager di societa’ di Wall Street impegnati in operazioni finanziarie ad alto rischio, multinazionali, manager del settore energetico, leader militari e di governo e numerose societa’ che figurano nell’elenco Fortune 500.
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09.21.06
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Dall’11 settembre 2001 a oggi, il discorso di Benedetto XVI all’universita’ di Ragensburg e’ stata ‘’una delle poche lezioni da parte di un protagonista dell’Occidente ad evidenziare i problemi spirituali e culturali che affliggono il mondo musulmano'’: e’ il giudizio di Reuel Marc Gerecht, uno studioso del think tank conservatore American Enterprise Institute, che in un lungo articolo sul Wall Street Journal loda oggi le parole del Papa.
All’analisi di Gerecht fa eco quella di David Brooks, editorialista del New York Times, che si distacca dalle critiche espresse giorni fa dallo staff della pagina delle opinioni del quotidiano americano. ‘’Milioni di americani - scrive Brooks - pensano che il Papa abbia chiesto esattamente le domande giuste: il Dio dei musulmani concorda con le categorie della ragione? I musulmani stanno cercando di diffondere la loro religione con la spada?'’. Questi milioni di americani, secondo Brooks, ‘’ritengono che il Papa non abbia niente di cui scusarsi'’.
Per Gerecht, che traccia paralleli tra le parole del Papa e i riferimenti del presidente americano George W.Bush al ‘’fascismo islamico'’, ‘’non c’e’ assolutamente niente nel discorso del Papa che non sia appropriato o pertinente a una discussione civile sulle religioni rivelate e l’etica'’.
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09.18.06
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In un paese da anni abituato a interrogarsi sui rapporti con l’Islam e dove anche di recente il presidente George W.Bush ha creato polemiche, con le sue accuse ai ‘’fascisti islamici'’, le tensioni provocate nel mondo musulmano dalle parole di Benedetto XVI non potevano non avere una vasta eco.
Da giorni l’America segue con attenzione la crisi vaticana e le reazioni non sono univoche: si va dal duro editoriale con il quale, nel fine settimana, il New York Times ha censurato il Papa, alle riflessioni di esponenti del pensiero cattolico che parlano di ‘’parole fraintese'’ e puntano l’indice contro l’Islam. Sul fronte ufficiale, il Dipartimento di Stato per ora si e’ limitato a prendere atto dei chiarimenti della Santa Sede.
‘’La reazione scomposta nel mondo musulmano - ha commentato George Weigel, biografo negli Usa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e uno dei piu’ noti intellettuali cattolici conservatori - dimostra semplicemente la verita’ di cio’ che il Papa ha detto a Regensburg. E cioe’ che se l’Islam non sviluppa la capacita’ di autocritica, se i leader islamici non si assumono la responsabilita’ di dire ai loro estremisti che la violenza in nome di Dio e’ sbagliata, allora non ci puo’ essere un genuino dialogo inter-religioso'’. Il Papa, secondo Weigel, non ha arretrato dalle sue parole, ‘’perche’ sono vere'’.
Anche il popolare blogger cattolico Andrew Sullivan, una voce spesso dissenziente dalle posizioni del Vaticano e critico anche in passato sull’allora cardinale Ratzinger, ha difeso le parole di Benedetto, definendole ‘’infiammatorie, ma coraggiose'’. ‘’Cio’ che mi colpisce della visione di Benedetto dell’Islam - afferma Sullivan - e’ il suo suggerimento che imposizioni e violenza non sono estrinseci, ma intrinseci alla visione che ha l’Islam del rapporto del genere umano con il divino'’.
L’editoriale con il quale il New York Times ha accusato Benedetto XVI di infiammare gli animi, esortandolo a chiedere perdono, e’ rimasto abbastanza isolato nel panorama delle pagine dei commenti. I maggiori quotidiani hanno preferito restare sul terreno della cronaca sugli sviluppi della crisi, rimasta anche oggi in prima pagina sulle principali testate, dal Washington Post al Los Angeles Times e a Usa Today.
In una corrispondenza da Roma, il New York Times ha citato ‘’alcune fonti ufficiali in Vaticano, che hanno chiesto l’ anonimato'’, per sostenere che varie preoccupazioni furono espresse da collaboratori del pontefice prima che pronunciasse il discorso a Regensburg, proprio per il timore che provocasse reazioni d’ira nel mondo islamico. Sempre secondo le stesse fonti, ci sarebbe adesso un dibattito in Vaticano sull’ opportunita’ che il Papa condivida maggiormente con i collaboratori il processo di preparazione dei suoi scritti.
Dagli Usa, a Benedetto arrivano accuse anche di imprecisione nel contenuto del suo intervento in Germania che ha scatenato le polemiche. Secondo John Esposito, direttore del Centro per la comprensione tra cristiani e musulmani alla Georgetown University di Washington, il Papa avrebbe sbagliato nel sostenere che un verso del profeta Maometto da lui citato apparteneva al primo periodo della sua predicazione, mentre in realta’ risalirebbe all’epoca in cui aveva gia’ consolidato la sua posizione a Medina. In generale, secondo Esposito, ha fatto bene Benedetto XVI a scusarsi, perche’ il suo discorso ‘’era inaccurato e offensivo'’ per l’Islam.
Non e’ dello stesso avviso lo storico medievale Thomas Madden, un esperto delle crociate, che sulla versione online della rivista conservatrice National Review ha affermato che ha sbagliato chi ha letto nelle parole di Benedetto un’esortazione a lanciare nuove crociate contro l’Islam. Nel denunciare la ‘’separazione tra ragione e fede'’, secondo Madden, il Papa ‘’sta chiamando a una crociata, ma stavolta e’ contro un cristianesimo privato della ragione e una scienza da cui sono state strappate via tutte le verita’ trascendenti'’.
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09.15.06
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Un aggiornamento sulla sparatoria di Montreal (vedi post precedente): dopo aver eseguito l’autopsia sul cadavere del giovane killer, la polizia ha annunciato che la sua morte e’ stata un suicidio. Si e’ sparato alla testa mentre gli agenti sparavano contro di lui.
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09.14.06
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‘’Visse in fretta, mori’ giovane. Ha lasciato un corpo crivellato'’. E’ l’epigrafe che Kimveer Gill ha lasciato su Internet, su una lapide virtuale, prima di lanciarsi in una folle sparatoria in un college di Montreal. Una studentessa di 18 anni e’ morta e altri 19 ragazzi sono rimasti feriti mercoledi’, prima che l’omicida 25enne riuscisse a farsi ammazzare come voleva, crivellato dalle mitragliette della polizia.
Il giovane che ha scatenato il panico tra i 10.000 studenti del Dawson College, nel cuore della citta’ del Quebec, era ossessionato dalla strage di Columbine e su Internet si faceva chiamare ‘Angelo della morte’. Gill aveva creato alcune pagine personali - ora sparite - sul controverso sito Vampirefreaks.com, una sorta di portale del mondo ‘goth’ che gia’ in passato era emerso come un covo di fanatici finiti al centro delle cronache in Canada.
Oltre alla propria lapide, Gill aveva messo in rete una cinquantina di foto che lo ritraggono con armi e grandi pugnali, in particolare con una carabina semiautomatica Beretta CX4 Storm. La polizia non ha confermato se si tratti della stessa arma usata nel college, ma e’ una possibilita’. Anche sul web, cosi’ come nel suo blitz mortale, Gill appariva tutto vestito di nero, con un indumento, il trench coat scuro, tristemente celebre per essere stata la ‘divisa’ dei killer della scuola di Columbine.
‘’Credo di avere un’ossessione per le armi'’, ha scritto il giovane, in una delle molte riflessioni online che ora permettono alla polizia di cercare di ricostruirne la mentalita’. L’ultimo ‘post’ che Gill aveva lasciato sul suo blog, alle 10:41 del mattino di mercoledi’ (circa due ore prima della sparatoria), era: ‘’Whiskey al mattino… mmmmmm… buono!'’.
‘’Il lavoro fa schifo - aveva scritto Gill in un altro dei suoi appunti sul web - la scuola fa schifo…la vita fa schifo. Cos’altro posso dire? La vita e’ un videogame, prima o poi devi morire'’. Il videogioco che piu’ lo appassionava, quasi un’ ossessione, era ‘Super Columbine Massacre’, dedicato alla strage in Colorado del 20 aprile 1999, quando Eric Harris e Dylan Klebold uccisero 12 compagni di liceo e un insegnante e ferirono 24 persone, prima di togliersi la vita. Altri giochi di particolare violenza, a suo avviso, erano troppo ingenui: ‘’Voglio che facciano giochi cosi’ realistici - scriveva - che sembri come se le cose stessero davvero accadendo'’.
Gill viene definito come un solitario che viveva con la madre a Laval, a nord di Montreal. La ragazza che ha ucciso, Anastasia DeSousa, era l’opposto di lui: ‘’Era piena di vita e piena di amici'’, hanno raccontato i familiari.
Negli ospedali della citta’ canadese, ancora sconvolta dalla vicenda, restano ricoverati molti feriti, due dei quali vengono considerati in condizioni estremamente critiche e potrebbero non sopravvivere. La polizia del Quebec intanto ha chiarito una circostanza che era rimasta circondata da interrogativi: sono stati gli agenti ad uccidere Gill, non si e’ trattato di un suicidio da parte del killer.
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09.13.06
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La sera dell’anniversario dell’11 settembre sono stato ospite di una puntata di Speciale TG1 condotta da Tiziana Ferrario e ho provato a raccontare qualcosa dell’America di questi anni. 
Il video (per ora) e’ disponibile online sul sito di Rai Click
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09.10.06
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Il mondo commemora una strage cinque anni dopo, Al Qaida festeggia invece il
decimo anniversario del proprio capolavoro. E’ stato in un giorno di fine estate del 1996 che ha cominciato a prender forma il progetto culminato nell’attacco all’America dell’11 settembre: la devastazione a New York e Washington è stata l’epilogo di un disegno abbozzato per la prima volta un decennio fa nelle caverne di Tora Bora, in Afghanistan.
Anni di indagini dell’Fbi e gli interrogatori della ‘mente’ e del ‘braccio’ del progetto, Khalid Sheikh Mohammed e Ramzi Binalshibh - entrambi da pochi giorni nuovi residenti di Guantanamo - hanno permesso di offrire un quadro sempre più ricco di dettagli sul cammino che ha portato alle stragi.
Nuove informazioni sugli interrogatori di Mohammed e Binalshibh sono state rese pubbliche proprio in questi giorni dal Direttore nazionale per l’intelligence, John Negroponte, in occasione del loro trasferimento dalle prigioni segrete della Cia alla base navale a Cuba. Inoltre, la Corte federale di Alexandria, in Virginia, ad agosto ha reso disponibili gli atti utilizzati dall’Fbi nel processo contro il terrorista Zacarias Moussaoui, condannato all’ergastolo: migliaia di foto e documenti, ricevute, email e certificati che raccontano nei dettagli la vita negli Usa dei 19 kamikaze di Al Qaida, fino al giorno in cui sono saliti sui quattro aerei.
Una mole d’informazioni a cui si è aggiunto, a pochi giorni dall’anniversario, il nuovo video di Al Qaida che mostra Osama bin Laden in Afghanistan insieme a Binalshibh e ai futuri dirottatori. Le immagini completano un quadro d’insieme che rende sempre più dura la vita ai cultori delle ‘teorie alternative’ sull’11 settembre: se restano interrogativi aperti sugli errori d’intelligence e di reazione commessi dal governo americano cinque anni fa, sono sempre meno i punti oscuri su chi e come ha organizzato ed eseguito l’attacco.
La storia, a ricostruirla dagli atti investigativi, comincia nel 1996 quando bin Laden e il suo braccio destro, Mohammed Atef, ascoltano a Tora Bora un’appassionata presentazione da parte di un pachistano trentenne con un diploma in ingegneria meccanica conseguito in un’università del North Carolina. L’ingegnere si chiama Khalid Sheikh Mohammed e da tempo cerca chi lo aiuti a realizzare un sogno: quello di un attacco terroristico usando aerei di linea.
Due anni prima Mohammed aveva provato a mettere in piedi un proprio progetto, mentre viveva nelle Filippine con il nipote Ramzi Yousef, che nel 1993 era sparito dagli Usa dopo essere stato l’autore del primo attentato al World Trade Center. Quel piano del 1994, battezzato ‘Bojinka’, prevedeva di far esplodere simultaneamente una decina di aerei americani sul Pacifico (i terroristi arrestati in agosto in Gran Bretagna si sarebbero ispirati proprio a ‘Bojinka’). Poi Yousef e altri del gruppo erano stati arrestati e Mohammed si era trasferito in Afghanistan, dove aveva raccontato le proprie idee a Osama, compresa quella di dirottare aerei e usarli come armi.
Bin Laden, stando al racconto che lo stesso Mohammed ha fatto alla Cia in un verbale del 9 gennaio 2004, nel 1996 mostrò immediato interesse. Temendo di esagerare, Mohammed aveva
proposto versioni ridotte dei propri piani, ma il leader di Al Qaida lo esortò a pensare in grande. “Perché usare un’ascia, quando puoi usare un bulldozer?”, gli avrebbe detto Osama, secondo il racconto di Abu Zubaydah, un altro ex leader del network terrorista che adesso si trova a Guantanamo.
Al Qaida aveva però altre priorità. Nel 1998 lanciò l’attacco simultaneo contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania e fu solo nel 1999 che da bin Laden arrivò il via libera al piano di Mohammed, che si mise al lavoro per reclutare gli uomini per la missione. Nel corso di una serie di riunioni nel complesso di Matar, vicino Kandahar, Osama scelse i quattro ‘capi’ che dovevano a suo avviso guidare l’attacco: i sauditi Khalid al Midhar e Nawaf al Hazmi e gli yemeniti Khallad e Abu Bara al Yemeni.
Cominciarono gli addestramenti in Malaysia, ma spuntò un problema: gli yemeniti non riuscivano a ottenere visti per gli Usa. Nel frattempo però in Afghanistan erano arrivati da Amburgo quattro giovani che avevano offerto la disponibilità al ‘martirio’ e sembrarono subito a Mohammed perfetti per l’incarico. Erano lo yemenita Binalshibh, l’egiziano Mohammed Atta, il saudita Marwan al-Shehhi e il libanese Ziad Jarrah.
Mohammed li rese parte del progetto, ma anche per Binalshibh emerse il problema a ottenere il visto. Il giovane yemenita provò quattro volte e arrivò al punto, alla fine del 2000, di chiedere via email a una ragazza musulmana-americana di San Diego di sposarlo, per ottenere la possibilità di entrare negli Usa. Tutto inutile. Rassegnato, Binalshibh si accontentò del ruolo di coordinatore della cellula di Amburgo.
Nel corso del 2000, Atta e gli altri si trasferirono negli Usa per prendere lezioni di volo e preparare i dirottamenti, mentre Binalshibh da Amburgo faceva da intermediario tra loro e la leadership di Al Qaida e gestiva le finanze del gruppo. Prima dell’11 settembre, Atta e lo yemenita si videro due volte - nel gennaio 2001 in Germania e a luglio in Spagna - per fare il punto sul progetto.
Una settimana prima dell’11 settembre, Binalshibh lasciò per sempre la Germania e si trasferì in Afghanistan. Dopo le stragi, lui e Mohammed a Karachi si dedicarono a preparare una seconda ondata di attacchi agli Usa, per la quale Al Qaida aveva chiesto aiuto al leader terrorista indonesiano Hambali. Ma non ci fu tempo per il bis: Mohammed, Binalshibh e Hambali furono
arrestati e sono ora tutti a Guantanamo.
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09.09.06
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I membri di un ristretto nucleo di americani, i cui nomi sono top secret, si addestrano da anni a dare un ordine che nessuno di loro spera di dover pronunciare: quello di abbattere in volo un aereo di linea. Almeno uno di loro e’ sempre pronto, 24 ore su 24, a prendere nel giro di pochi minuti una decisione che puo’ costare centinaia di vite umane, per salvarne migliaia e impedire un nuovo 11 settembre.
‘’Se in qualche modo i terroristi riuscissero oggi a impadronirsi di un aereo, e’ altamente improbabile che riescano a farlo volare fino al loro obiettivo'’: parola di Paul McHale, sottosegretario alla Difesa Usa, l’uomo che al Pentagono ha la responsabilita’ di guidare l’intero apparato della sicurezza nazionale militare messo in piedi dopo l’attacco di 5 anni fa. ‘’In questo preciso momento, mentre parliamo, c’e’ un intero apparato militare che non esisteva l’11 settembre, che oggi e’ pronto a entrare in azione per uno scenario del genere'’, mi spiega McHale, seduto in una saletta del Pentagono che dista meno di 50 metri dall’ala dell’edificio che cinque anni fa fu distrutta dall’impatto del volo American 77, dirottato dai terroristi di Al Qaida.
La realta’ che descrive McHale racconta gli sforzi enormi compiuti dal Pentagono sul fronte della sicurezza, dopo essersi scoperto nel 2001 completamente impreparato di fronto all’uso di un aereo di linea come arma di distruzione di massa. La stessa figura del sottosegretario alla Difesa per la sicurezza nazionale non esisteva cinque anni fa, perche’ l’apparato militare era ancora strutturato sul modello della Guerra Fredda e concentrato su come combattere all’estero. Oggi i caccia americani sono in stato d’allerta permanente per intervenire all’interno degli Usa ed esistono unita’ militari esclusivamente addestrate per dedicarsi alla sicurezza interna. ‘’Abbiamo capacita’ di cui prima non disponevamo - dice McHale - semplicemente perche’ non sapevamo di averne bisogno. Per esempio, siamo pronti a schierarci a difesa di infrastrutture critiche, come una centrale nucleare, nel caso di un attacco da parte di Al Qaida o altri gruppi terroristici'’.
I cieli restano una delle principali preoccupazioni, ma il Pentagono e’ convinto che uno scenario stile 11 settembre sia oggi impensabile. ‘’Abbiamo introdotto una serie di barriere - spiega il vice di Donald Rumsfeld - per impedire che terroristi riescano a compiere un gesto del genere. Disponiamo di un apparato d’intelligence assai migliore di 5 anni fa, maggiori controlli agli imbarchi, ’sceriffi dei cieli’ presenti su aerei nazionali e internazionali, cabine di pilotaggio con le porte blindate e abbiamo migliorato in modo enorme le comunicazioni tra FAA (l’ente civile per il volo, ndr) e NORAD (il comando militare che controlla i cieli del Nord America, ndr)'’.
Se pero’ i terroristi riuscissero a superare tutte le barriere e a mettersi di nuovo ai comandi di un jet di linea, scatterebbe una procedura da brividi, che McHale descrive fino al punto dove puo’ spingersi senza violare informazioni classificate. ‘’Un vasto numero di caccia, in varie basi aeree in tutto il paese, sono pronti a levarsi in volo all’istante per intercettare un aereo che risulta dirottato. Il pilota del caccia inizialmente compie un controllo visivo, cioe’ osserva il pilota dell’aereo di linea, per determinare la situazione. Poi avvia una serie di procedure per tentare un contatto e per controllare a distanza l’aereo. Si tenta inoltre di deviare il velivolo verso aree non abitate, per minimizzare i rischi. Se l’aereo non risponde, sono previsti ulteriori avvertimenti, ma alla fine puo’ arrivare l’ordine di abbatterlo'’.
Il tono di voce di McHale, a questo punto, si fa grave. ‘’Non posso dire chi ha l’autorita’ di dare l’ordine, si tratta di molteplici membri di alto livello del governo che non solo hanno questa autorita’, ma si addestrano continuamente per essere pronti a esercitarla. Hanno un’altissima consapevolezza della delicatezza del loro compito e della necessita’ di rispettare la vita umana, ma sanno che puo’ essere un passo necessario per salvare un numero maggiore di persone'’.
Il presidente degli Stati Uniti, il suo vice e il capo del Pentagono sono tra le autorita’ che possono dare l’ordine di abbattimento, ma secondo quanto e’ emerso in questi anni, il potere e’ stato esteso anche a una serie di generali e ad altri esponenti civili del governo.
Aerei a parte, la preoccupazione maggiore del Pentagono sul fronte dei rischi di attacco sul suolo americano e’ legata soprattutto alle armi di distruzione di massa. ‘’Cinque anni fa - dice McHale - ci siamo accorti d’un tratto che le capacita’ che avevamo sviluppato per la Guerra Fredda non erano piu’ adeguate al nuovo contesto internazionale. Abbiamo dovuto cambiare completamente paradigma. Durante il confronto con l’Unione Sovietica, non avremmo mai valutato la possibilita’ di un attacco contro gli Usa sotto forma di armi delle dimensioni di una fiala di materiale biologico'’.
La lezione, sostiene McHale, e’ stata imparata. ‘’Oggi abbiamo unita’ militari in stato di allerta pronte a far fronte allo scenario di un attacco simultaneo in molteplici localita’ con armi di distruzione di massa. Abbiamo previsto 15 scenari catastrofici, il primo dei quali e’ l’esplosione di un ordigno nucleare da 10 kilotoni in un centro urbano: preghiamo che non accada mai, ma siamo pronti a far fronte al peggio'’.
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09.08.06
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Slate propone una grande collezione di scatti della celebre agenzia fotografica Magnum, per ricordare l’11 Settembre cinque anni dopo.
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09.07.06
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Per chi e’ interessato ad approfondire il tema della chiusura delle prigioni segrete della CIA e il trasferimento dei leader di Al Qaida a Guantanamo (vedi post precedente), ecco alcune fonti di prima mano.
L’ufficio del Direttore Nazionale dell’Intelligence ha messo in rete una dettagliata scheda sul funzionamento delle prigioni segrete e sulle informazioni che sono state raccolte negli interrogatori ai detenuti.
Anche le schede biografiche dei 14 terroristi di Al Qaida trasferiti a Guantanamo, redatte dal governo americano, sono disponibili online.
‘Miti e realta'’, ecco una scheda di controinformazione della Casa Bianca su come funzionano le commissioni militari.
Il ministero della Giustizia USA ha redatto un riassunto dei risultati conseguiti dall’11 settembre 2001 nella lotta al terrorismo.
Infine, le nuove direttive del Pentagono per gli interrogatori ai detenuti nelle mani dei militari, sono disponibili sul sito dell’U.S. Army, qui.
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I carcerieri non sono certo ragazzi senza esperienza, come molti di quelli che trasformarono in un inferno le celle di Abu Ghraib. L’eta’ media e’ 43 anni e prima di sedersi di fronte a un terrorista di Al Qaida devono superare un addestramento speciale di 250 ore. Dal 2002, quando la Cia li ha spediti nel mondo per gestire la propria nuova rete di prigioni, di fronte a loro sono sfilati circa 100 detenuti che gli Usa ritengono ‘’il peggio del peggio'’.
All’indomani dell’ammissione da parte del presidente George W. Bush sull’esistenza del network segreto della Cia, emergono i primi dettagli sulle sue caratteristiche e le modalita’ con cui funziona. Le localizzazioni restano top secret, anche perche’ la Casa Bianca ha sottolineato di voler continuare a utilizzare le prigioni gestite dall’intelligence, auspicando che d’ora in poi la loro attivita’ venga regolata da una legge del Congresso.
Le celle sono ora vuote, dopo che gli ultimi 14 inquilini, tutti ritenuti leader di primo piano di Al Qaida, sono stati trasferiti nei giorni scorsi a Guantanamo. Ma le prigioni non sono state chiuse. Fonti d’intelligence americane coperte dall’anonimato hanno spiegato che nei ‘black sites’, come vengono chiamati, resta al lavoro personale dell’agenzia di spionaggio, che li terra’ pronti ad accogliere se necessario nuovi detenuti.
In totale, stando alle indiscrezioni che hanno seguito l’annuncio di Bush, in poco piu’ di quattro anni sarebbero stati circa 100 i presunti terroristi transitati nei centri di detenzione segreti. Alcuni di loro sono stati poi trasferiti a Guantanamo, altri nei paesi di origine, dove hanno proseguito la detenzione o sono stati rimessi in liberta’.
Dopo che Bush ha sollevato il velo sul programma, il Direttore nazionale per l’intelligence, John Negroponte, ha fatto circolare una serie di informazioni su come sono nate le prigioni e chi vi lavora. Il concetto fu sviluppato dalla Cia subito dopo l’11 settembre, ma le carceri vere e proprie cominciarono a essere aperte in varie localita’ del mondo - compresi paesi dell’Europa dell’Est - soprattutto dopo la cattura nel marzo 2002 di Abu Zubaydah, che all’epoca era il numero tre di Al Qaida. Gli interrogatori di Zubaydah si rivelarono subito ricchi di spunti, che portarono l’intelligence sulle tracce di Khalid Sheikh Mohammed e Ramzi Binalshibh, la ‘mente’ e il ‘braccio operativo’ dell’attacco.
Ma Zubaydah ben presto si chiuse a riccio, secondo l’intelligence Usa, che si rese conto che aveva ricevuto un particolare addestramento per resistere ai metodi di interrogatorio ordinari. Per questo, secondo Negroponte, ‘’nei mesi successivi la Cia ha disegnato un nuovo programma di interrogatori che fosse sicuro, efficace e legale'’. I metodi restano segreti, anche se in questi anni e’ emerso come Mohammed sia stato sottoposto, tra l’altro, al cosiddetto ‘water boarding’, un metodo che fa pensare al detenuto di essere sul punto di affogare. Militari delle forze speciali Usa che l’hanno provato, hanno raccontato di non aver mai avuto paura in vita loro come in quei momenti.
Bush ha ammesso che con Zubaydah e Mohammed sono stati usati metodi ‘’duri ma legali'’. A gestire gli interrogatori senza guantoni, secondo le rivelazioni del Direttore dell’ intelligence, e’ stato mandato personale esperto e ben addestrato. L’eta’ media degli agenti utilizzati e’ 43 anni e oltre a dover superare un lungo addestramento prima di potersi sedere di fronte a personaggi come Mohammed, la Cia ha messo in piedi un sistema di garanzie che dovrebbe impedire che la situazione sfugga loro di mano. Attualmente, solo il direttore dell’ agenzia puo’ approvare il ricorso ai metodi duri ed e’ previsto che ogni sessione di interrogatorio avvenga alla presenza di piu’ osservatori qualificati.
Negroponte ha diffuso una lunga lista di successi e di informazioni raccolte nelle prigioni segrete, ma restano aperti negli Usa gli interrogativi sulla legalita’ dei metodi utilizzati, soprattutto dopo che e’ emerso il coinvolgimento di personale assunto dalla Cia nella morte di alcuni detenuti che si trovavano nel carcere dell’intelligence Usa a Bagram, in Afghanistan.
Al quartier generale della Cia a Langley, l’annuncio di Bush e lo svuotamento delle celle sono stati accolti con sollievo da un’agenzia che da tempo ha fatto capire di essere a disagio con i compiti che le sono stati assegnati. Il passaggio della patata bollente nelle mani del Pentagono per molti e’ il benvenuto. ‘’Finalmente il peso di questo programma - ha detto James Pavitt, un ex funzionario della Cia che ha guidato in passato il programma segreto - non gravera’ piu’ solo sulle spalle dalla Cia. E’ un mondo duro quello in cui viviamo e a noi e’ stato chiesto di fare alcune cose davvero dure'’.
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09.05.06
Posted in Taccuino at by spiritofamerica
Il quinto anniversario dell’11 settembre si avvicina e cresce il livello delle stupidaggini che girano sul web, riguardo a ‘inganni globali’ e teorie cospirative varie su cosa e’ accaduto quel giorno. Il Dipartimento di Stato americano ha compilato una buona lista di risposte alle principali teorie che circolano su Internet e alcuni approfondimenti sull’aereo che colpi’ il Pentagono.
Il National Institute of Standards and Technology (NIST) a sua volta ha diffuso una lista sintetica di risposte agli interrogativi sul crollo del World Trade Center. Il NIST e’ l’istituto che per anni ha studiato il crollo delle Torri e i suoi ingegneri godono di ampio rispetto negli USA.
Ovviamente i dietrologi di casa nostra liquideranno questi documenti come ‘propaganda’ del governo americano. Ma per chi e’ interessato a capire meglio, senza pregiudizi, la dinamica degli eventi di cinque anni fa, possono essere una lettura interessante.
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