10.09.06
11/9, Al Qaida festeggia il 10mo anniversario di un capolavoro
Il mondo commemora una strage cinque anni dopo, Al Qaida festeggia invece il
decimo anniversario del proprio capolavoro. E’ stato in un giorno di fine estate del 1996 che ha cominciato a prender forma il progetto culminato nell’attacco all’America dell’11 settembre: la devastazione a New York e Washington è stata l’epilogo di un disegno abbozzato per la prima volta un decennio fa nelle caverne di Tora Bora, in Afghanistan.
Anni di indagini dell’Fbi e gli interrogatori della ‘mente’ e del ‘braccio’ del progetto, Khalid Sheikh Mohammed e Ramzi Binalshibh - entrambi da pochi giorni nuovi residenti di Guantanamo - hanno permesso di offrire un quadro sempre più ricco di dettagli sul cammino che ha portato alle stragi.
Nuove informazioni sugli interrogatori di Mohammed e Binalshibh sono state rese pubbliche proprio in questi giorni dal Direttore nazionale per l’intelligence, John Negroponte, in occasione del loro trasferimento dalle prigioni segrete della Cia alla base navale a Cuba. Inoltre, la Corte federale di Alexandria, in Virginia, ad agosto ha reso disponibili gli atti utilizzati dall’Fbi nel processo contro il terrorista Zacarias Moussaoui, condannato all’ergastolo: migliaia di foto e documenti, ricevute, email e certificati che raccontano nei dettagli la vita negli Usa dei 19 kamikaze di Al Qaida, fino al giorno in cui sono saliti sui quattro aerei.
Una mole d’informazioni a cui si è aggiunto, a pochi giorni dall’anniversario, il nuovo video di Al Qaida che mostra Osama bin Laden in Afghanistan insieme a Binalshibh e ai futuri dirottatori. Le immagini completano un quadro d’insieme che rende sempre più dura la vita ai cultori delle ‘teorie alternative’ sull’11 settembre: se restano interrogativi aperti sugli errori d’intelligence e di reazione commessi dal governo americano cinque anni fa, sono sempre meno i punti oscuri su chi e come ha organizzato ed eseguito l’attacco.
La storia, a ricostruirla dagli atti investigativi, comincia nel 1996 quando bin Laden e il suo braccio destro, Mohammed Atef, ascoltano a Tora Bora un’appassionata presentazione da parte di un pachistano trentenne con un diploma in ingegneria meccanica conseguito in un’università del North Carolina. L’ingegnere si chiama Khalid Sheikh Mohammed e da tempo cerca chi lo aiuti a realizzare un sogno: quello di un attacco terroristico usando aerei di linea.
Due anni prima Mohammed aveva provato a mettere in piedi un proprio progetto, mentre viveva nelle Filippine con il nipote Ramzi Yousef, che nel 1993 era sparito dagli Usa dopo essere stato l’autore del primo attentato al World Trade Center. Quel piano del 1994, battezzato ‘Bojinka’, prevedeva di far esplodere simultaneamente una decina di aerei americani sul Pacifico (i terroristi arrestati in agosto in Gran Bretagna si sarebbero ispirati proprio a ‘Bojinka’). Poi Yousef e altri del gruppo erano stati arrestati e Mohammed si era trasferito in Afghanistan, dove aveva raccontato le proprie idee a Osama, compresa quella di dirottare aerei e usarli come armi.
Bin Laden, stando al racconto che lo stesso Mohammed ha fatto alla Cia in un verbale del 9 gennaio 2004, nel 1996 mostrò immediato interesse. Temendo di esagerare, Mohammed aveva
proposto versioni ridotte dei propri piani, ma il leader di Al Qaida lo esortò a pensare in grande. “Perché usare un’ascia, quando puoi usare un bulldozer?”, gli avrebbe detto Osama, secondo il racconto di Abu Zubaydah, un altro ex leader del network terrorista che adesso si trova a Guantanamo.
Al Qaida aveva però altre priorità. Nel 1998 lanciò l’attacco simultaneo contro le ambasciate Usa in Kenya e Tanzania e fu solo nel 1999 che da bin Laden arrivò il via libera al piano di Mohammed, che si mise al lavoro per reclutare gli uomini per la missione. Nel corso di una serie di riunioni nel complesso di Matar, vicino Kandahar, Osama scelse i quattro ‘capi’ che dovevano a suo avviso guidare l’attacco: i sauditi Khalid al Midhar e Nawaf al Hazmi e gli yemeniti Khallad e Abu Bara al Yemeni.
Cominciarono gli addestramenti in Malaysia, ma spuntò un problema: gli yemeniti non riuscivano a ottenere visti per gli Usa. Nel frattempo però in Afghanistan erano arrivati da Amburgo quattro giovani che avevano offerto la disponibilità al ‘martirio’ e sembrarono subito a Mohammed perfetti per l’incarico. Erano lo yemenita Binalshibh, l’egiziano Mohammed Atta, il saudita Marwan al-Shehhi e il libanese Ziad Jarrah.
Mohammed li rese parte del progetto, ma anche per Binalshibh emerse il problema a ottenere il visto. Il giovane yemenita provò quattro volte e arrivò al punto, alla fine del 2000, di chiedere via email a una ragazza musulmana-americana di San Diego di sposarlo, per ottenere la possibilità di entrare negli Usa. Tutto inutile. Rassegnato, Binalshibh si accontentò del ruolo di coordinatore della cellula di Amburgo.
Nel corso del 2000, Atta e gli altri si trasferirono negli Usa per prendere lezioni di volo e preparare i dirottamenti, mentre Binalshibh da Amburgo faceva da intermediario tra loro e la leadership di Al Qaida e gestiva le finanze del gruppo. Prima dell’11 settembre, Atta e lo yemenita si videro due volte - nel gennaio 2001 in Germania e a luglio in Spagna - per fare il punto sul progetto.
Una settimana prima dell’11 settembre, Binalshibh lasciò per sempre la Germania e si trasferì in Afghanistan. Dopo le stragi, lui e Mohammed a Karachi si dedicarono a preparare una seconda ondata di attacchi agli Usa, per la quale Al Qaida aveva chiesto aiuto al leader terrorista indonesiano Hambali. Ma non ci fu tempo per il bis: Mohammed, Binalshibh e Hambali furono
arrestati e sono ora tutti a Guantanamo.
