28.10.06
Iraq, ora tocca agli imboscati
Nella base dei Rangers a Fort Bragg, nella North Carolina, c’é un militare che negli ultimi anni è stato visto di rado in caserma: dal 2001 è già stato
inviato nove volte in Iraq e Afghanistan, stabilendo un record
per il Pentagono. Casi simili si stanno ripetendo in tutti gli
Usa e ora l’Esercito ha deciso che sta chiedendo troppo ad
alcuni soldati e troppo poco ad altri.
I vertici dell’ U.S. Army hanno avviato un riallineamento
nella scelta su chi inviare a combattere e a farne le spese
saranno gli imboscati: il 42% del mezzo milione di uomini che
rappresentano la forza attiva dell’Esercito, in questi anni non
sono mai andati neppure una volta in Iraq o in Afghanistan. […]
Di fronte alla prospettiva di dover restare assai più a lungo del
previsto a combattere a Baghdad e dintorni, il Pentagono ha
ordinato di svuotare gli uffici e far impugnare le armi anche a
chi di solito impugna le scartoffie della burocrazia militare.
La sproporzione su quale parte dell’Esercito stia portando
sulle spalle il peso maggiore delle operazioni militari di
questi anni è evidente. Secondo dati riportati dal quotidiano
Usa Today, un nucleo di poco meno di 100.000 uomini (per la
precisione 98.248, pari al 19,6% dei soldati in servizio attivo)
ha già avuto due o più turni di poco meno di un anno ciascuno
sui due maggiori fronti di guerra. Nel gruppo rientra anche il
militare da record di Fort Bragg, di cui l’Army non ha voluto
rendere nota l’identità. Altri 194.067 soldati (38,8%) sono
stati una volta in Iraq o in Afghanistan.
Adesso, nel tentativo di raschiare il fondo del barile per
far fronte agli scenari della guerra, a finire nel mirino sono i
207.849 militari dell’Esercito (41,6%) che si occupano di
gestire le basi negli Usa, reclutare altri soldati e
addestrarli, ma che dal 2001 sono riusciti a restare lontani dal
pericolo. Tra loro figurano in realtà anche decine di migliaia
di reclute ‘fresche’ che sono ancora in corso di addestramento.
L’Esercito, che da solo ha all’estero un numero di uomini
superiore a quello di tutte le altre forze messe insieme, ha
appena annunciato di aver fatto programmi per mantenere in Iraq
fino al 2010 il livello di presenza militare attuale. L’Army ha
105.000 soldati in Iraq (su un totale di 145.000 americani),
15.000 in Kuwait e 16.000 in Afghanistan.
Il capo degli Stati Maggiori, generale Peter Pace, ha ammesso
che il Pentagono si trova costretto a mandare all’estero i
propri militari con una maggior frequenza di una volta ogni tre
anni, come vorrebbe. Cinque anni di ‘guerra al terrorismo’,
secondo l’analista James Carafano, della Heritage Foundation,
hanno ridotto ai minimi termini la capacità dell’ Esercito di
far fronte alle richieste della Casa Bianca.
I segnali della carenza di uomini si moltiplicano nelle
ultime settimane e sono resi più visibili da alcuni casi
eclatanti, come la decisione di mandare in Iraq un intero
battaglione di esquimesi dell’Alaska o richiamare in servizio
attivo nei Marines anche uno dei sottosegretari alla Difesa,
Paul McHale.
Il presidente George W. Bush, attaccato dall’opposizione
durante la campagna elettorale del 2004 per essere stato un
“imboscato” ai tempi della guerra in Vietnam, in questi giorni
sta studiando con il capo del Pentagono Donald Rumsfeld e i suoi
generali le possibili scelte da fare in Iraq. Il ritiro delle
truppe che la Casa Bianca sperava di annunciare in vista delle
elezioni di Midterm si allontana, il numero dei militari morti
dal 2003 ha superato quota 2.800 e le prospettive sono quelle di
un possibile incremento del numero di soldati americani
necessari in Iraq se il comandante sul campo, il generale George
Casey, lo riterrà necessario e lo chiederà a Bush.
