29.11.06
“Guerra civile in Iraq”, al Pentagono cade un tabu’
Al Pentagono si verificano fenomeni impensabili solo poche settimane fa. Il nuovo ministro della Difesa, Robert Gates, ammette che la pianificazione della guerra in Iraq e’ stata costellata di errori e promette una svolta. La massima autorita’ militare, il generale Peter Pace, usa una definizione fino a ora tabu’, ‘guerra civile’, nel descrivere lo scenario iracheno. Segni evidenti che l’epoca di Donald Rumsfeld e’ davvero finita. […]
Il colpo di grazia al ministro dimissionario e ai suoi generali potrebbe arrivare dal rapporto dell’Iraq Study Group, la commissione di saggi bipartisan guidata dall’ex segretario di Stato James Baker, che ha annunciato di aver completato il lavoro. Il rapporto sara’ presentato al mondo il 6 dicembre ed e’ probabile che insieme alla ricetta per il futuro, contenga anche severe critiche su come il Pentagono e l’amministrazione Bush in genere hanno gestito l’avventura in Iraq.
Gates comincia all’ attacco la propria stagione alla guida del Pentagono. L’ex direttore della Cia, che prendera’ tra breve le redini della Difesa, non solo ha messo in discussione la pianificazione della guerra, ma si e’ fatto promotore della necessita’ di coinvolgere a questo punto Iran e Siria nella gestione della crisi. Un orientamente che sembra in linea con quello che dovrebbe emergere dal lavoro della commissione Baker.
Gates comparira’ la settimana prossima di fronte al Senato per le audizioni in cui verra’ confermata la sua nomina, ma nel frattempo ha inviato al Congresso le proprie risposte a un questionario di 65 pagine, una procedura standard per chiunque viene nominato a un incarico federale negli Usa. ‘’La pianificazione della guerra - ha scritto tra l’altro Gates - avrebbe dovuto essere fatta comprendendo che la fase successiva ai combattimenti maggiori poteva essere cruciale'’. Non e’ avvenuto e ora gli Usa ne pagano le conseguenze, secondo il futuro ministro della Difesa. ‘’Se confermato, intendo migliorare le capacita’ del Pentagono in quest’area'’, ha affermato, aggiungendo che con il senno di poi ‘’io avrei fatto alcune cose in modo diverso'’.
Al Pentagono intanto, in attesa dell’arrivo di Gates il capo degli Stati Maggiori generale Pace va di fronte ai microfoni da solo, senza piu’ Rumsfeld al fianco, e le sue parole fanno rumore. La violenza innescata da Al Qaida in Iraq, afferma il generale, e’ ‘’mirata specificamente a creare una guerra civile'’. Ma Pace non sposa la definizione - che viene duramente respinta dall’amministrazione Bush - indicando tre ragioni: ‘’Il governo iracheno non la chiama guerra civile; il governo iracheno sta funzionando; le forze di sicurezza irachene rispondono al loro governo'’.
Gates, nelle sue comunicazioni al Congresso, si si e’ tra l’altro interrogato sul ruolo dell’intelligence e sugli errori che ha commesso nel valutare i programmi delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, affermando che la decisione di dichiarare una guerra preventiva ‘’non va presa alla leggera'’ e richiede ‘’prove molto solide'’.
Il nuovo ministro della Difesa, pero’, anticipando quello che dira’ la settimana prossima alla commissione Forze armate del Senato, si e’ detto contrario all’idea di un rapido ritiro delle forze in questo momento. Il Pentagono e’ impegnato in continue valutazioni della situazione sul terreno, alla ricerca di modalita’ nuove per tentare di frenare l’esplosione di violenza che sempre piu’ spesso, negli Usa, viene definita una ‘’guerra civile'’. Mentre Bush arrivava in Giordania per incontrare il primo ministro iracheno Nouri al Maliki e chiedergli di impegnarsi piu’ a fondo per contrastare le milizie, dal ministero della Difesa americano e’ trapelata la decisione di inviare 2-3000 uomini di rinforzo a Baghdad, spostando tre o quattro battaglioni da altre zone meno turbolente del paese.
Ma una soluzione militare appare sempre piu’ lontana in Iraq e cresce la convinzione, anche a Washington, che per salvare l’ avventura irachena occorre coinvolgere anche gli odiati vicini di casa, Iran e Siria. L’Iraq Study Group, che ha lavorato in questi giorni lontano dai riflettori alla ricerca di un consenso bipartisan sulle raccomandazioni da fare alla Casa Bianca e al Congresso, sembra orientato a proporre una conferenza internazionale nella quale sia data la possibilita’ anche a Teheran e Damasco di dire la loro. Non e’ chiaro per ora se i saggi siano riusciti a trovare un accordo sul delicato tema di fissare o meno scadenza per la riduzione della presenza militare americana nel paese.
Gates, che faceva parte dell’Iraq Study Group prima di dimettersi in seguito alla nomina alla guida del Pentagono, ha dato un forte appoggio alla linea di chi sostiene la necessita’ del dialogo. ‘’Anche nei giorni peggiori della Guerra Fredda - ha detto al Congresso - gli Stati Uniti hanno mantenuto un dialogo con l’Unione Sovietica e la Cina, e io credo che quei canali di comunicazione ci abbiano aiutato a gestire molte situazioni potenzialmente difficili'’.
