30.12.06
Saddam, dopo 3000 morti il Pentagono non festeggia
La terza caduta di Saddam Hussein, quella definitiva, trova l’America assai meno entusiasta delle prime due. I toni trionfali che accompagnarono l’abbattimento della statua del dittatore a Baghdad e quelli del giorno del suo arresto, hanno lasciato spazio ora al basso profilo al Pentagono, dove si cercano soluzioni per il futuro di un conflitto che ha portato il conto delle vittime americane sulla soglia del tragico traguardo simbolico di quota 3.000. […]La guerra che doveva essere finita una prima volta il 9 aprile 2003 nella piazza Firdos di Baghdad e una seconda il 14 dicembre successivo - con Saddam stanato dal suo rifugio vicino a Tikrit -, viaggia invece ancora a pieno regime tre anni dopo, nonostante l’epilogo del cappio che si stringe al collo dell’ ex dittatore. Nel giorno dell’esecuzione, il Pentagono ha reso noto che a dicembre sono gia’ caduti 109 militari americani in Iraq, facendone il mese peggiore dalla fine del 2004 e dai tempi della battaglia di Falluja. L’anno si chiude con il pallottoliere della morte avviato a quota 3.000 (il conto sabato sera era fermo a 2.998 militari Usa uccisi dal marzo 2003).
Dal ranch texano di Crawford, dove trascorre la fine dell’ anno lavorando alla nuova strategia per l’Iraq, il presidente George W.Bush ha commentato la morte di Saddam mettendo in guardia sul fatto che non sara’ la fine delle violenze. ‘’Di fronte a noi ci sono molte scelte difficili e ulteriori sacrifici'’, ha avvertito il presidente. Una realta’ di cui c’e’ piena consapevolezza al Pentagono, dove i generali trascorrono la fine dell’anno a preparare piani di mobilitazione e movimenti di truppe per rispondere agli ordini che stanno per arrivare dalla Casa Bianca.
L’orientamento del presidente sembra essere quello di presentare nei prossimi giorni agli americani, in un discorso televisivo, una nuova strategia che insieme a iniziative diplomatiche ed economiche prevede un aumento del numero delle truppe americane nel paese. Gli Stati Uniti hanno attualmente 135.000 uomini in Iraq e la cifra potrebbe salire di 15-30.000 unita’, per cercare di lanciare un’ultima offensiva contro gli insorti che aiuti il governo di Baghdad a ristabilire la sicurezza, prima che l’America inizi l’inevitabile disimpegno.
Oltre 3.500 soldati della 2a Brigata della 82ma Divisione Aviotrasportata hanno gia’ ricevuto l’ordine di partire: dopo aver celebrato il Capodanno e baciato mogli, madri e figli, saranno trasferiti in Kuwait, pronti a entrare in Iraq se Bush chiedera’ ai comandanti e all’America un altro sacrificio. Due ‘Regimental Combat Teams’ dei Marines, ciascuno di 7.000 membri, potrebbero ricevere dal Pentagono la notizia che il loro ritorno a casa dall’Iraq e’ rinviato. Altre unita’ dell’Esercito rischiano la stessa sorte, anche se i generali hanno cercato fino a ora di non estendere troppo la permanenza dei soldati.
Negli Usa ci sono ormai unita’ che hanno gia’ trascorso un paio di periodi in Iraq e rischiano di tornarci ancora, per sei mesi o un anno. Sono le conseguenze di una guerra che e’ gia’ durata piu’ di quanto duro’ per l’America la Seconda Guerra Mondiale e nei confronti della quale cresce il malumore. I quotidiani della catena Military Times, una delle letture preferite nell’ambiente militare Usa, hanno condotto un sondaggio dal quale emerge che solo un americano in divisa su tre approva la modalita’ con cui Bush sta gestendo la guerra.
Solo il 50% dei militari e’ convinto che alla fine l’America vincera’ in Iraq (erano l’83% nel 2004) e la percentuale di coloro che al Pentagono sono convinti che, nonostante tutto, la guerra sia stata la scelta giusta, e’ scesa al 41%.
