28.05.07
60 anni fa il Piano Marshall, l’America ricorda e riflette

Doveva essere semplicemente un saluto a una platea di neolaureati, un evento simile a centinaia di altri che ogni anno vedono personaggi pubblici salire sul palco nei campus americani. Quello pronunciato 60 anni fa dal segretario di Stato George Marshall ad Harvard fu invece un discorso di 12 minuti destinato a cambiare l’Europa e il mondo: segnava la nascita del Piano che porta il suo nome. Sei decenni dopo, l’America celebra uno dei maggiori successi di politica estera del XX secolo, con un occhio alle difficolta’ odierne. […] Da George W.Bush a Barack Obama, esponenti di entrambi gli schieramenti citano oggi costantemente Marshall e il presidente per cui lavorava, Harry Truman, in un periodo in cui l’America in crisi di popolarita’ cerca di ridefinire il proprio ruolo planetario. Forse alla ricerca di ispirazione, il Dipartimento di Stato sforna in questi giorni una serie di pubblicazioni che celebrano l’anniversario del Piano Marshall, per cercare di capire come 13,3 miliardi di dollari investiti dagli Usa in Europa in quattro anni siano riusciti a rimettere in moto un continente devastato dalla guerra.Marshall pronuncio’ il proprio discorso ad Harvard il 5 giugno 1947, senza ricorrere a frasi retoriche, ma concentrandosi su un’analisi chiara della situazione disperata dell’economia europea nell’epoca post-bellica. All’America che avrebbe dovuto sostenere i costi del Piano dopo quelli gia’ pagati anche in termini di vite umane durante il conflitto, il segretario di Stato spiego’ che c’era bisogno, nell’interesse stesso degli Usa, di ‘’ristabilire la fiducia dei popoli europei nel futuro economico dei loro paesi e nell’Europa stessa'’. L’iniziativa, sottolineo’ Marshall, deve pero’ venire dai governi europei: l’America era pronta ad aiutarli, ma loro dovevano volerlo e chiederlo.
Le reazioni non si fecero attendere. Nel giro di poche settimane, Francia e Gran Bretagna cominciarono a redigere piani di spesa. Il primo conto che l’amministrazione Truman presento’ al Congresso fu di 17 miliardi di dollari: ne ottenne poco piu’ di 13, con uno sforzo bipartisan, ma furono sufficienti.
Gli statisti europei dell’epoca compresero in fretta che il discorso di Marshall che aveva aperto la strada al Piano era stato un momento storico. ‘’Le parole di Churchill - disse Dirk Stikker, ministro degli Esteri olandese - hanno vinto la guerra, le parole di Marshall hanno vinto la pace'’. Ernest Bevin, ministro degli Esteri britannico, paragono’ il Piano Marshall a ‘’una ciambella di salvataggio lanciata a chi sta affogando'’.
Negli ultimi anni, sia i repubblicani, sia i democratici hanno cercato di trarre ispirazione dalle scelte di Truman e Marshall. Bush e il suo ex capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, hanno citato piu’ volte il presidente che gesti’ l’inizio della Guerra Fredda come esempio da seguire per fare i conti con la ‘guerra al terrorismo’. Il presidente democratico e’ oggi considerato un termine di paragone per i candidati alla Casa Bianca, al punto che Newsweek ha dedicato una recente copertina a Truman, chiedendosi chi ne sara’ l’erede.
A rifarsi espressamente a Truman e Marshall e’ in questo periodo soprattutto Obama. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha sottolineato il senatore in un discorso a Chicago in cui ha delineato la propria politica estera, ‘’fu l’America in buona parte a costruire un sistema di istituzioni internazionali che ci ha fatto attraversare la Guerra Fredda. Leaders come Truman e Marshall sapevano che invece di imprigionare il nostro potere, queste istituzioni lo amplificavano'’.
In una serie di articoli e uno studio diffusi dal Dipartimento di Stato in occasione dell’anniversario, vengono elencati i motivi del successo del Piano Marshall, per trarne spunti per l’attualita’. Ai primi posti figurano il sostegno bipartisan (merce rarissima nella Washington spaccata in due di oggi), l’appoggio dell’opinione pubblica, il supporto della comunita’ internazionale e l’approccio multilaterale. Un elenco che sembra difficilmente compatibile con la posizione tenuta in questi anni dall’amministrazione Bush.
