18.02.08
Gore, Pelosi e gli altri big democratici scendono in campo
C’e’ aria di tempesta nelle stanze dei vertici dei democratici negli Usa. I ’saggi’ del partito, riuniti intorno ad Al Gore, temono che lo scontro tra Barack Obama e Hillary Clinton finisca per far loro perdere l’opportunita’ di strappare ai repubblicani la Casa Bianca e valutano come intervenire. […]
Ma i candidati non abbassano i toni ed e’ soprattutto Obama a essere sotto attacco: John McCain lo sfida sui soldi, mentre Bill Clinton e’ tornato a sfoderare i propri controversi affondi contro l’avversario della moglie.
Obama e l’ex First Lady sono a caccia di voti per le primarie di martedi’ in Wisconsin e Hawaii, ma l’attenzione e’ concentrata sui 796 ’superdelegati’, i membri del partito che potrebbero decidere a chi assegnare la nomination. In passato si sono quasi sempre schierati con la volonta’ popolare, ma ora che non c’e’ un chiaro battistrada la tesi di Hillary e’ lasciarli liberi di decidere (la dinastia dei Clinton ha teoricamente la possibilita’ di controllarne piu’ del neofita Obama).
Che il malumore verso i clintoniani stia crescendo all’ interno dei democratici, lo dimostra la prima presa di posizione di Nancy Pelosi, ’speaker’ della Camera. ‘’Sarebbe un problema per il partito - ha detto in un’intervista, rompendo la propria neutralita’ - se il verdetto finale fosse diverso da quello dell’opinione pubblica'’. Un segnale chiaro di appoggio a Obama,
sia pur non ufficiale, rafforzato dal giudizio che la Clinton deve considerare chiusa la partita in Florida e Michigan, due stati dove i delegati sono stati azzerati e che ora la senatrice cerca di riportare nel conteggio.
I democratici hanno conquistato il Congresso nel novembre 2006 e contano di strappare anche la Casa Bianca, sull’onda del calo dei consensi per George W.Bush e dell’entusiasmo popolare che e’ emerso nelle primarie. Ma il timore e’ che tutto vada sprecato se per esempio il popolo di Obama, in buona parte fatto di giovani, si accorgesse che la nomination viene decisa nelle stanze del potere, e non in base all’indicazione popolare. Ne potrebbe derivare - ragionano molti democratici - un’onda di scetticismo che a novembre darebbe la vittoria ai repubblicani.
Ecco perche’, rivela il New York Times, negli ultimi giorni si sono moltiplicate riunioni riservate con un protagonista: l’ex candidato, ex vicepresidente, premio Nobel e Oscar Al Gore, che ha discusso la situazione tra gli altri con la stessa Pelosi e con tre ex candidati, John Edwards, Joe Biden e Chris Dodd.
L’idea che sembra emergere e’ di spingere Gore a svolgere una qualche azione di mediazione, al momento non chiara. Ma Gore ha il problema di venir visto come tutt’altro che neutrale nella gara: anche se non e’ ufficialmente schierato, non e’ un segreto il suo risentimento per Bill Clinton, che accusa di aver rovinato le sue chance presidenziali nel 2000 per lo scandalo di Monica Lewinsky e per aver fatto campagna piu’ per il seggio di senatrice della moglie, che per battere George W.Bush.
In un modo o nell’altro, Bill Clinton sembra avere il dono di non riuscire a sparire dai riflettori. Dopo essere stato esortato a non attaccare Obama, per non danneggiare la moglie, l’ex presidente lo ha fatto di nuovo in Texas, uno stato che per Hillary e’ diventato decisivo. A Obama, Bill ha mandato a dire di ‘’non essere stato parte di nessuna delle cose buone degli anni ‘90′’, l’epoca in cui lui era presidente (anni in cui il giovane politico nero si faceva le ossa nelle strade di Chicago e nel Senato dell’Illinois). Ne e’ emersa l’impressione, per molti osservatori, che Bill Clinton pensi piu’ a difendere la propria eredita’ storica, che ad aiutare la moglie.
‘’L'uomo che un giorno ci diceva di non smettere di pensare al domani - ha replicato lo staff di Obama - sembra abbia cambiato musica. Adesso intona ‘Yesterday’ dovunque vada'’.
Per Obama, gli attacchi ormai non arrivano piu’ solo dalla rivale per la nomination. McCain, virtualmente gia’ il candidato repubblicano, ha sfidato il senatore nero a mantenere la parola e firmare con lui un patto che impegni entrambi a usare solo finanziamenti pubblici. Un tema delicato per Obama, che e’ capace di raccogliere soldi assai piu’ di McCain, ma rischia di apparire un voltagabbana perche’ si era impegnato a fare proprio un patto del genere con i repubblicani.

Niccolò Valmori said,
February 20, 2008 at
Caro Bardazzi,
sorge una domanda inevitabile: la strategia attendista della Clinton, che è stata travolta in 10 stati consecutivi, alla fine pagherà? Non si trasformerà in un Giuliani 2 con il Texas che sostituisce la Florida per decisività?
spiritofamerica said,
February 23, 2008 at
Niccolo’, il rischio dell’effetto Giuliani per Hillary c’e’ senz’altro.
Ma per lei, come per Rudy, c’e’ una realta’ di fondo con cui fare i conti. Non e’ che la strategia attendista sia una loro scelta, e’ diventata un obbligo, un dato di fatto con cui fare i conti. Giuliani ha dovuto attendere la Florida perche’ con le sue idee e le sue posizioni, non aveva speranze in Iowa, New Hampshire o in South Carolina. E alla fine ha perso.
Hillary non sta aspettando il Texas semplicemente per una strategia calcolata dei suoi esperti. La realta’ e’ che e’ costretta a sperare in Texas e Ohio perche’ nei 10 stati precedenti la gente non ha voluto votarla…
MB