14.03.08
Iraq, 5 anni dopo: La violenza e’ in netto calo
La cronaca sembra suggerire il contrario, tra notizie drammatiche di un arcivescovo ucciso, autobombe a Baghdad e dita di ostaggi tagliate. Ma i dati di lungo periodo raccontano un calo della violenza etnico-settaria in Iraq di quasi il 90% dal giugno 2007 e una costante riduzione di vittime civili e militari. A cinque anni dall’attacco a Baghdad, lo scenario spinge di nuovo oltre meta’ degli americani a sperare che non sia un altro Vietnam e crea complicazioni ai candidati presidenziali. […]
Per la prima volta dall’estate 2006, un sondaggio del Pew Research Center indica che la maggioranza degli statunitensi (53%) ritiene che gli gli Usa alla fine saranno in grado di ‘’raggiungere gli obiettivi in Iraq'’. Coloro che sono convinti che le cose vadano bene sono passati dal 30% del febbraio 2007 al 48% di oggi.
I dati sono in gran parte l’effetto dei continui rapporti di progressi che arrivano dall’amministrazione Bush. Il Pentagono, nella propria relazione trimestrale al Congresso, ha indicato che il numero delle vittime civili e militari e’ sceso di oltre il 70% dal giugno scorso, quando sono entrati in azione i 30.000 militari di rinforzo chiesti dal generale David Petraeus. ‘’Gli indicatori chiave - afferma il Pentagono - sono a livelli che si erano registrati l’ultima volta in modo costante alla meta’ del 2005 e gli attacchi sono a livelli non visti dal 2004′’.
Lo scenario ha non poche ripercussioni sulla corsa alla Casa Bianca. Rispetto alla fine del 2006, quando i democratici cavalcarono l’andamento negativo della guerra in Iraq per riconquistare il Congresso, adesso per Hillary Clinton e Barack Obama l’avventura irachena appare un tema difficile da gestire. I progressi prodotti dalla strategia attuata da Petraeus hanno intanto gia’ offerto un trampolino di lancio a John McCain per riemergere da un’apparente morte politica la scorsa estate, fino alla nomination repubblicana per la Casa Bianca.
‘’Le notizie positive dal campo di battaglia - afferma Michael O’Hanlon, esperto di Iraq alla Brookings Institution - offrono a McCain la migliore possibilita’ di rivendicare la bonta’ delle sue posizioni. Se si pensa a dove eravamo ai tempi del voto del Congresso, e’ paradossale che la questione Iraq possa essere diventata quella che favorisce di piu’ i repubblicani'’.
Obama e Clinton promettono entrambi di metter fine, in tempi e con modalita’ diverse, alla presenza militare americana in Iraq. Ma anche un sondaggio della Gallup secondo il quale il 60% degli americani continua a ritenere un errore l’invasione di cinque anni fa, mostra come ci sia grande divisione tra gli oppositori della guerra su cosa fare ora che sembrano esserci segnali di progressi. E la rilevazione del Pew Reserch Center indica che anche tra gli elettori democratici la percentuale di coloro che chiedono ai loro candidati di mantenere le truppe in Iraq e’ cresciuta dal 21 al 29% dall’estate scorsa.
Mentre McCain sfrutta i dati per insistere su un futuro di presenza militare in Iraq negli anni a venire e Obama e la Clinton valutano se e come modificare il loro messaggio, il Pentagono vive tutt’altro che giorni tranquilli di fronte alla situazione irachena in apparente miglioramento.
Il comandante del Centcom, ammiraglio William Fallon, ha avuto il benservito nei giorni scorsi dal ministro Robert Gates, dopo aver espresso per mesi giudizi critici sulle strategie su Iraq e Iran. E gli analisti militari continuano a mandare segnali d’allarme sul rischio che Al Qaida riprenda vigore sul territorio iracheno, alimentata da infiltrazioni che sembrano arrivare sempre piu’ spesso dalla Siria. Una preoccupazione che ha gia’ spinto il generale Petraeus a chiedere e ottenere dal presidente George W.Bush di imporre una sosta l’estate prossima al rientro delle truppe americane, quando il loro totale sara’ tornato a quota 130.000, come prima dell’invio dei rinforzi nel 2007.
