17.03.08

Iraq, 5 anni dopo: La “dottrina Petraeus” ha segnato la svolta

Posted in Taccuino at by spiritofamerica

Se il quinto anniversario della guerra in Iraq ha caratteristiche assai diverse dal quarto, buona parte del merito e’ della ‘dottrina Petraeus’. La strategia attuata dal generale americano David Petraeus, seguita da un calo delle vittime di oltre il 70% dall’anno scorso, e’ al centro di analisi negli Usa e anche di preoccupazioni: ci sono segnali che il trend positivo possa interrompersi e lo stesso comandante delle forze americane in Iraq e’ preoccupato. […]

L’alto ufficiale formato a West Point e a Princeton e’ il vero protagonista dell’ultimo anno. All’inizio del 2007 il presidente George W.Bush decise di affidargli il comando e di seguire le sue indicazioni, invece di quelle appena sfornate dagli esperti dell’Iraqi Study Group. Petraeus chiese e ottenne 30.000 uomini di rinforzo ai 130.000 gia’ presenti in Iraq e oggi il Pentagono presenta cifre secondo le quali da quando l’intera strategia e’ stata attuata, a giugno 2007, gli episodi di violenza settaria sono scesi del 90% e i morti, civili e militari, del 70%.

I fattori dietro la svolta, secondo gli esperti, sono in realta’ molteplici e non e’ certo secondaria la frenata decisa dalle milizie sciite, forse chiesta e ottenuta da Teheran. Resta il dato di fatto di cifre positive confermate non solo dal Pentagono, ma anche da un osservatorio indipendente come quello istituito sull’Iraq da Jason Campbell e Michael O’Hanlon del centro studi Brookings. Secondo Campbell e O’Hanlon, le vittime civili della violenza erano state 2.700 nel febbraio 2007 (e 2.200 nello stesso mese del 2006) e sono scese a 700 questo febbraio. Nello stesso mese, i militari Usa morti sono stati 36, rispetto agli 81 del febbraio 2007. Gli attacchi da parte degli insorti sono scesi da 210 a 65. Sulla scala da 1 a 11 dei voti che la Brookings da’ ai progressi politici raggiunti in Iraq, il paese era a quota 1 nel febbraio 2007 ed e’ ora a quota 5.

Nello stesso tempo, sottolinea Anthony Cordesman, un esperto di Iraq del ‘think tank’ CSIS, ‘’ci sono buone ragioni per cui il generale Petraeus e gli altri comandanti sono stati cauti nel non cantare ‘vittoria’ nel paese'’. I rischi che tutto torni a precipitare verso il caos restano e Cordesman ritiene che gli Usa abbiano ‘’ancora anni prima di sapere se poter proclamare una vittoria duratura nel senso strategico del termine'’.

Lo stesso Petraeus, in vista di una sua attesa audizione nella quale il mese prossimo fara’ il punto della situazione in Congresso, esorta alla prudenza. I leader politici in Iraq non hanno approfittato in modo sufficiente del calo della violenza, ha avvertito il generale, e ‘’non c’e’ stato il necessario progresso nel campo della riconciliazione nazionale'’. Per questo, Petraeus difendera’ di fronte al Congresso a maggioranza democratica la decisione, gia’ approvata da Bush, di sospendere dopo l’estate il rientro delle forze americane. Il Pentagono ha reso noto che a luglio resteranno nel paese circa 140.000 uomini, piu’ di quelli che c’erano nel gennaio 2007.

La prudenza non cancella comunque gli innegabili successi conseguiti dalla ‘dottrina Petraeus’. Il generale ha ribaltato la strategia usata dagli americani fin dall’epoca in cui le forze del generale Tommy Franks, nel 2003, entrarono nel paese. L’idea di mandare le truppe americane a intervenire in aree calde, per poi tornare a chiudersi nelle loro basi, e’ stata sostituita da una presenza permanente di militari americani nei luoghi critici, insieme a forze irachene. E da un’intensa attivita’ ‘diplomatica’ che ha spinto il Pentagono a stringere alleanze con leader sunniti locali un tempo ostili, in chiave anti-Al Qaida. I successi ottenuti in questo senso gia’ dalla fine del 2006 dai Marines nella provincia di Anbar, hanno fornito la roadmap per il cambio di rotta nel resto del paese.

Adesso, come sottolinea Cordesman, anche i critici della guerra negli Usa devono riconoscere che usare ‘’la situazione di oggi come una scusa per lasciare il paese, abbandonerebbe 28 milioni di persone a problemi che in larga parte abbiamo creato noi, e creerebbe un vuoto di potere in Iraq che alla fine minaccerebbe gli interessi strategici degli Stati Uniti nella regione'’.

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