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Usa 2012, la campagna digitale


Le elezioni americane rappresentano, ogni quattro anni, anche l’occasione per fare il punto sull’innovazione nel mondo dei media e verificare lo stato di salute di giornali e network tv americani. Il 2012 si preannuncia un appuntamento importante, perché sarà la prima, vera corsa alla Casa Bianca dell’era digitale. E a giudicare da quello che stanno preparando le redazioni Usa, ne vedremo delle belle.

E’ vero, già nel 2008 le presidenziali americane furono caratterizzate da un ruolo importante assegnato a siti web e social network. Barack Obama da questo punto di vista è stato un grande innovatore, intuendo per primo e meglio degli avversari i vantaggi di utilizzare le risorse della Rete per rafforzare la propria candidatura. Ma i grandi media all’epoca erano ancora cauti e incerti sulle strategie digitali. C’erano un gran numero di blog dedicati alla campagna elettorale, c’erano già testate specializzate che esistono solo online, come The Politico o Huffington Post. Ma le redazioni "ragionavano" ancora e soprattutto in un’ottica mirata al giornale cartaceo o al palinsesto televisivo tradizionali.

Poi è arrivato il terribile 2009, l’anno in cui i media hanno cominciato ad accusare perdite terrificanti. Molte testate Usa sono sparite di scena, altre sono finite in bancarotta e tutte, inclusi i colossi come CNN o New York Times, si sono trovate in serie difficoltà. Come ogni crisi, però, quella del 2009 si è rivelata una grande opportunità per innovare e cambiare mentalità. Il biennio 2010-2011 verrà forse ricordato nei libri di storia del giornalismo come quello in cui il mondo dei media è cambiato più in fretta nella sua storia. Spesso in maniera confusa e caotica, ma anche aprendosi a tante novità. Si è cominciato a lavorare e programmare in un’ottica web first, si è privilegiato un approccio strategico di forte impronta digitale, ed è avvenuto un imponente sbarco nel mondo dei social network. I legacy media, come li chiamano in America, cioè le organizzazioni giornalistiche tradizionali con una lunga storia alle spalle, sono ora ben posizionati per avere un ruolo centrale anche nel mondo dell’informazione del futuro. I timori del 2009 non sono svaniti, ma comincia a tornare l’ottimismo, accompagnato anche da una crescita nei ricavi digitali pur in un momento di crisi economica globale.
 
Ecco così che il 2012 arriva come occasione d’oro, per le redazioni americane, per mettere a frutto quello che hanno imparato. Sarà interessante vedere nei prossimi mesi come presenteranno l’appuntamento più importante nella vita pubblica statunitense, e lo speciale USA2012 di lastampa.it seguirà da vicino le loro innovazioni.

Qualcosa si comincia già a vedere, ed è rivoluzionario. Le elezioni Usa sono da sempre precedute da una valanga di libri che le introducono, e da un’altra valanga di libri che – a elezioni concluse – le analizzano nel dettaglio e raccontano i retroscena di come è andata. Stavolta le cose sono diverse. I libri usciranno soprattutto durante la campagna, e saranno in gran parte ebooks.
A dare il fischio d’inizio è Politico, che fin dalla nascita è sempre stato un sito d’innovazione nel racconto della politica americana. Lo staff di Politico sfornerà quattro ebook nel pieno della corsa alla Casa Bianca, cominciando con il primo in programma il 30 novembre che traccia lo scenario delle imminenti primarie.

Real Clear Politics, un altro sito seguitissimo negli anni elettorali, ha a sua volta in programma tre ebooks sul voto. Time, Newsweek, NYTimes, LATimes e Washington Post arriveranno a ruota, tutti pronti a sfruttare i vantaggi dell’editoria elettronica. Del resto, l’anno che si sta chiudendo ha sancito il definitivo decollo degli ebooks giornalistici negli Usa. Vanity Fair ha sfornato ebooks di successo sulla morte di Elizabeth Taylor o sullo scandalo nella galassia di Rupert Murdoch. Il Boston Globe ha realizzato un libro elettronico in pochi giorni dopo la cattura del superlatitante Whitey Bulger. Anche i network tv si sono lanciati nell’impresa: la ABC ha affidato a un ricco ebook multimediale la ricostruzione del caso di Amanda Knox, dopo la sua assoluzione in Italia. Adesso la sfida dei repubblicani a Barack Obama offre un test per verificare se il giornalismo abbia davvero trovato, negli ebooks, un’alternativa alle grandi e lunghe inchieste che stanno diventando sempre più difficili da realizzare su giornali e Tv.

E in Italia? Gli ebook realizzati dai giornali stanno diventando una realtà anche da noi. Un esempio su tutti è il libro digitale che abbiamo appena lanciato qui a La Stampa, Viaggio nella grande crisi, con testi di Calabresi, Riotta, Deaglio, Guerrera e altre firme del giornale, subito balzato in testa alla classifica dei più acquistati nel negozio online iTunes della Apple.

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L’eterno rito della rassegna stampa, dalla radio a Fiorello

L’era digitale cambia gli scenari dell’informazione, ma c’è un «prodotto» giornalistico che sembra non invecchiare mai: la rassegna stampa. Da decenni l’avvento di ogni nuovo mezzo di comunicazione, invece di mettere in crisi i giornali, ha sempre rilanciato la voglia di vedere «cosa c’è in prima pagina». La radio offre una vasta gamma di rassegne stampa. La Tv, da Rai a Mediaset e a SkyTg24, dedica larga parte dei programmi della tarda notte e del primo mattino ad analizzare titoli dei quotidiani.

L’avvento di Internet ha moltiplicato il fenomeno. Le rassegne stampa istituzionali, come quelle di Camera, Senato e ministeri, fanno il giro della Rete insieme a quelle realizzate dagli uffici stampa. Alcuni siti, per esempio ilpost.it, offrono di primo mattino una panoramica di tutte le prime pagine nazionali. Gli aggregatori di news sono a loro volta rassegne stampa, perché molto spesso rilanciano articoli usciti sui giornali.

I social network sono ora la nuova frontiera della rassegna stampa. Twitter è diventato l’ambiente dove raccontare e commentare i giornali in edicola. Lo fanno grandi firme del giornalismo, giovani blogger e gente qualunque. E da qualche settimana lo fa, con grande successo, anche uno showman come Fiorello, che ha inventato un modo tutto suo di usare le potenzialità dei «tweets». Al mattino presto si reca nell’edicola sotto casa, armato di uno smartphone, e filma un esilarante esame dei giornali insieme all’edicolante Cesare e ai clienti. Poi mette il video su Twitter, dove in pochi mesi il suo profilo @sarofiorello è diventato uno dei più seguiti in Italia. E anche la rassegna stampa diventa 2.0

Una rassegna stampa di Fiorello:

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Steve, il giornalismo e la bellezza


Il giornalismo del futuro con ogni probabilità avrà un debito di riconoscenza con Steve Jobs come l'arte lo ha con Giotto o Caravaggio.

Può sembrare la classica sparata in un giorno di inevitabili esagerazioni e santificazioni, come accade sempre quando muore un grande personaggio. Eppure in questo caso vale la pena stare un po' sopra le righe, perché il fondatore della Apple – uomo tecnologico per eccellenza – ha lasciato un segno indelebile anche nel vecchio mondo cartaceo di Gutenberg.

Non si tratta solo delle sue iniziative degli ultimi anni per offrire nuove piattaforme e nuove prospettive ai giornali in difficoltà, alle prese con la rivoluzione digitale. Certo, l'iPad ha introdotto nel 2010 una novità epocale nel mondo dell'informazione e l'intera gamma di prodotti Apple offre opportunità e idee per ripensare modelli di business e modalità di informazione. Basta essere andati in giro almeno una volta a fare il lavoro di reporter con in pugno un iPhone, usato come registratore, macchina fotografica o videocamera, per capire quante possibilità in più ci siano oggi di raccontare la grande avventura umana.

Ma la vera "legacy", l'eredità che Steve Jobs lascia al giornalismo è secondo me la sua idea di bellezza.

Il celebre discorso di 15 minuti ai neo-laureati di Stanford nel 2005, che resta il testamento di quest'uomo morto e rinato più volte, aiuta a capire perché. Ciò che affascinò il giovane Jobs e lo convinse a restare ancora un po' al college, prima di mollare gli studi, fu la scoperta della bellezza della tipografia. A Stanford ricordò con la passione di un innamorato la gioia di immergersi nella calligrafia, nella scoperta dei caratteri tipografici, del valore degli spazi, dei misteri di "serif" e "sans-serif".

L'eleganza, la bellezza dei suoi prodotti, nasce da quel primo amore. E l'amore per il lavoro che uno fa – un punto su cui Jobs ribatteva più volte nel discorso a Stanford – è decisivo non solo per la riuscita professionale, ma più in generale per la vita. 

Noi del mondo dei giornali e dell'informazione, alle prese con scenari futuri di difficile lettura e con sfide del tutto nuove, è questo che dobbiamo a Steve Jobs: l'amore per il lavoro, che passa attraverso la ricerca di una bellezza nascosta anche in un carattere tipografico, nell'eleganza di un prodotto editoriale, nel design di un sito web o di un'applicazione per iPad. Il tutto accompagnato da creatività e da un pizzico di follia.

L'esortazione di Steve Jobs sei anni fa ai ragazzi californiani vale anche per i giornalisti: "Stay hungry. Stay foolish".

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Il giornale di Harry Potter? E’ in Irlanda

Il «Daily Prophet» esce dai libri e dai film di Harry Potter e diventa realtà. Chi conosce la saga letteraria e cinematografica del giovane mago creato da J.K.Rowling, sa che il giornale che accompagna e narra le gesta del protagonista ha una caratteristica singolare: le foto in prima pagina si animano e si muovono. Una «magia» che adesso sbarca anche nel mondo dell’editoria reale (nel mondo di noi «babbani», secondo il gergo di Harry Potter).

Il quotidiano di Dublino «Metro Herald» è diventato questa settimana quello che i suoi responsabili definiscono «il primo giornale a realtà incrementata al mondo». Grazie a una tecnologia inventata dalla società Blippar, il quotidiano irlandese offre alcuni contenuti editoriali e pubblicitari che si animano e diventano tridimensionali semplicemente passandovi sopra un dispositivo come l’iPhone, l’iPad o uno smartphone con il sistema Android.  (Guarda il video)

Un’innovazione che va oltre i codici «QR» che già permettono di accedere, sui giornali, a contenuti speciali. Con la tecnologia sviluppata da Blippar, al passaggio per esempio di un iPad sulla pubblicità di un nuovo telefono cellulare, spunta un’immagine tridimensionale del prodotto accompagnata da video e da un menu di opzioni che possono essere scelte toccandole: come se il giornale di carta diventasse d’un tratto un touchscreen digitale. Tutto quel che serve per far avvenire la «magia», è l’applicazione di Blippar installata sul dispositivo.

L’iniziativa irlandese potrebbe rivelarsi una delle tante trovate pubblicitarie senza seguito, ma è un ennesimo segnale dei molteplici tentativi in corso per far sposare, in modo creativo, la carta con il mondo digitale.

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11 settembre, la webstory de “La Stampa”

L’11 settembre 2001 e il decennio che ci ha cambiati, ricostruiti dai cinque giornalisti de “La Stampa” che dieci anni fa raccontarono l’attacco all’America

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Il caso Borders e i giornali

Nei nove anni in cui ho vissuto e lavorato negli Usa, non so quante centinaia di ore ho trascorso complessivamente nelle librerie Borders sparse in tutta l’America. La seconda maggiore catena di bookstore era per me era un luogo ideale. Lunghi scaffali di libri proposti sempre in modo accattivante, offerte speciali, poltrone per la lettura, caffetterie interne che offrivano ottimo caffè e deliziosi cookies di ogni genere, connessioni wifi superveloci che permettevano di trascorrere ore seduti a lavorare con un laptop in un ambiente ideale. Un posto su cui poter contare sempre, anche quando giravo l’America per raccontarla. Ricordo nell’estate 2008 il comizio-evento di debutto di Sarah Palin al fianco di John McCain come candidato vicepresidente. Un appuntamento organizzato in una campagna sperduta in Virginia, con migliaia di persone arrivate da tutta la costa orientale. Il cellulare non captava alcun segnale e la chiavetta per navigare sul web, di conseguenza, non dava segni di vita. Difficile trasmettere articoli, ne’ tantomeno foto. Eppure anche li’, in mezzo al niente, trovai una gigantesca libreria Borders che in pochi minuti trasformai nel mio ufficio provvisorio: caffè, connessione a Internet perfetta e un numero sterminato di libri e guide a disposizione da consultare in caso di bisogno.

Uno si aspetta che un colosso così sia destinato a esserci per sempre. Invece…

In questi giorni Borders sta chiudendo bottega, dopo 40 anni di storia. Entro la fine di settembre non resterà traccia delle sue 600 librerie, e 11.000 dipendenti saranno senza lavoro. L’epopea di Borders va studiata e meditata, perché e’ l’esempio perfetto di cosa può accadere, anche in campo editoriale, a chi non sa fare i conti in modo adeguato con l’era digitale.

Borders ha sbagliato molto in questi anni, e il mercato e’ spietato con gli errori. Nel 2001 ha affidato le proprie vendite online ad Amazon, il colosso dei libri sul web, sottovalutando l’importanza di costruire in casa le proprie strategie e soluzioni digitali. Solo nel 2008 Borders si e’ liberata dell’abbraccio mortale di Amazon, ma ormai aveva perso anni preziosi. Nello stesso tempo, la catena ha investito molto nella creazione di ricchissimi reparti dedicati alla musica e ai film: peccato che si siano trasformati in cattedrali deserte di CD e DVD in un momento in cui iTunes e compagni stavano inventando la nuova realtà della musica tutta digitale. Borders, infine, si e’ fatta trovare impreparata all’avvento degli e-book, a differenza dei rivali di Barnes & Noble, che non stanno troppo bene neppure loro, ma quantomeno hanno sviluppato e diffuso un loro lettore per libri elettronici, il Nook.

La morale, ancora una volta, e’ che nell’era digitale non c’e niente di scontato o acquisito. Si possono avere 40 o 140 anni di storia alle spalle, ma senza la capacita’ di comprendere i cambiamenti e agire, si può finire spazzati via dalla scena e sostituiti da nuovi attori.

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La rete insorge contro Agcom

Da La Stampa di oggi:

di Marco Bardazzi

Il mondo digitale italiano è in piena fibrillazione e in assetto da combattimento. Da Internet ai social network con qualche eco anche a Montecitorio, in area Pd e Idv – un tam tam di crescente intensità ha lanciato un passaparola concentrato su una data cerchiata in rosso: 6 luglio. Quel giorno è previsto il varo di una delibera con la quale l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) intende provare a mettere ordine nel Far West del diritto d’autore digitale e della pirateria online.

Un intervento che fa del 6 luglio un appuntamento che suscita reazioni e chiavi di lettura contrapposte. Da una parte c’è il mondo degli addetti ai lavori del settore dell’industria culturale e dell’intrattenimento (17 mila imprese, 300 mila dipendenti, decine di miliardi di euro di giro d’affari), che ritengono indispensabile bloccare le piattaforme digitali illegali per tutelare il diritto d’autore. Dall’altra si è coalizzata una vasta rete di associazioni, studiosi, esperti e difensori del web «libero» che parlano apertamente di «censura della Rete» e hanno avviato una mobilitazione che passa soprattutto attraverso Twitter, Facebook e vari siti Internet. Una controffensiva che, nei suoi aspetti più radicali, si spinge fino ad attacchi di hacker come quello – firmato dagli attivisti di «Anonymous» – che ieri ha mandato in tilt il sito dell’Agcom.

Lo scenario su cui avviene lo scontro è assai più ampio del contesto italiano e ripropone un ciclico dilemma sul copyright che va avanti dall’epoca delle battaglie dell’industria discografica contro Napster. I governi sono alla ricerca di ricette, come è emerso nelle scorse settimane dalla scelta del presidente francesce Nicolas Sarkozy di dedicare una sessione del G8 proprio alle «regole» per il futuro digitale. Ma l’Italia viene accusata di essere messa peggio di molte altre economie avanzate, al punto da trovarsi nella «watch list» dei paesi ad alto rischio di pirateria stilata dal governo Usa.

La soluzione individuata dall’Agcom guidata da Corrado Calabrò ha fatto però insorgere il web, per la scelta di creare una procedura rapida e solo amministrativa per individuare possibili violazioni del diritto d’autore e intervenire, anche con ordini di rimozione di contenuti e con il blocco di interi siti. Di fronte a una richiesta all’Agcom, il titolare di un sito o un blog avrebbe 48 ore di tempo per rimuovere contenuti ritenuti illegali, cinque giorni per un contraddittorio e, infine, la prospettiva di venir cancellato dal web.

«Moltissime azioni quotidiane in rete violano il diritto d’autore», spiega Luca Nicotra, segretario di Agorà Digitale, una delle associazioni che guidano la mobilitazione. «Un blogger che mette sul sito un video della sua festa di compleanno con all’interno una canzone, potrebbe ricevere una richiesta di rimozione, pena l’eliminazione automatica entro cinque giorni. Lo stesso vale per comunità di appassionati di Harry Potter».

Forti riserve provoca la scelta di procedere per via amministrativa, invece che giudiziaria: una decisione criticata lunedì su «La Stampa» dal professor Juan Carlos De Martin, del Politecnico di Torino, in un articolo che ha suscitato varie repliche (disponibili su www. lastampa.it).

Laura Aria, direttore contenuti audiovisivi e multimediali dell’Agcom, respinge l’accusa sostenendo che «l’interpretazione secondo la quale accertare le lesioni del diritto d’autore spetta solo al giudice e in via preventiva non si evince dalla normativa» su cui si regge l’attività dell’Agcom. L’iniziativa dell’Agcom aggiunge, non intende «comprimere diritti e libertà riconosciute dalla Carta europea e della Costituzione, bensì unicamente correggere eventuali abusi, con tutte le garanzie di un contraddittorio ragionevole e proporzionato».

Anche Enzo Mazza, presidente della Federazione Industria Musicale Italiana, difende l’intervento a difesa del copyright solo per via amministrativa. «Non si sta parlando – spiega – di comprimere le libertà digitali. Lo snodo è bloccare l’illegalità diffusa ed aiutare il mercato legittimo. Inibire quindi quelle (poche) piattaforme web palesemente pirata, non blog, forum, motori di ricerca, siti personali».

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L’informazione ha bisogno di una guida

Un mio commento su La Stampa di oggi:

L’informazione ha bisogno di una guida
MARCO BARDAZZI

Dall’Alaska alla Siria, va in scena il doppio volto del Web. L’alleanza tra giornali e lettori per setacciare insieme migliaia di mail di Sarah Palin e il mistero di una blogger siriana che sembra aver ingannato il mondo, sono vicende senza dubbio lontane tra loro, eppure in grado di sollevare un interrogativo comune. In questa era digitale siamo sommersi da una mole senza precedenti di informazioni, ma questo ci rende persone più informate?

L’ex candidata alla vicepresidenza degli Usa, potenziale sfidante di Obama nel 2012, attira un’attenzione spasmodica dei media. Per questo, quando sono emerse 24.000 mail che la Palin ha scritto da governatrice dell’Alaska, si è scatenata la caccia ai «segreti di Sarah». Al di là di quello che offre realmente la sua corrispondenza privata – non molto – è interessante il metodo di lavoro scelto da giornali e tv. Solo pochi anni fa ogni testata avrebbe preso il pacco di documenti e lo avrebbe affidato a giornalisti chiusi in redazione, sperando di trovare qualcosa che sfuggiva alla concorrenza. Stavolta invece dal «New York Times» al «Guardian» di Londra, i colossi dell’informazione hanno scelto di mettere tutto a disposizione di tutti sul Web, invitando i lettori a dare una mano nell’esaminare le mail e a segnalare possibili spunti. Era già accaduto nel 2009: il «Guardian», scottato dallo «scoop» del «Telegraph» che aveva fatto esplodere uno scandalo sulle spese dei parlamentari britannici, non appena venuto in possesso delle 700 mila pagine su cui lavoravano i rivali le aveva messe su Internet, invitando i lettori a spulciarle. Risposero oltre 20 mila persone e saltarono fuori molte storie che il «Telegraph» non aveva scovato.

Il metodo si chiama «crowdsourcing» ed è una forma di partecipazione collettiva che rappresenta uno degli aspetti più affascinanti dell’era digitale, non solo per i giornali: basti pensare che l’Islanda, primo Stato al mondo, sta mettendo a punto una nuova Costituzione raccogliendo pareri dei cittadini via Facebook. Ma nel campo dell’informazione disporre di migliaia di documenti e renderli accessibili a chiunque, non significa aver inventato automaticamente un nuovo modo di far giornalismo. La vicenda Wikileaks lo ha insegnato: migliaia di documenti riservati del Dipartimento di Stato, riversati sul Web, non ci rendono d’un tratto tutti esperti su Pakistan o Cina. Anche in quel caso a fare la differenza è stato il lavoro dei giornali «tradizionali», capaci di creare contesti e offrire chiavi di lettura.
Il caso della blogger Amina, ricostruito e decrittato da Francesca Paci e Claudio Gallo in questa pagina, ci porta anche oltre e obbliga a riflettere sulla credibilità nella blogosfera, soprattutto in realtà come il Medio Oriente. Il «citizen journalism» è una grande opportunità, ma il problema della Rete resta il controllo sull’attendibilità delle fonti. Specialmente ora che anche i regimi hanno imparato a usare Twitter.

Viviamo a rischio continuo di indigestione da sovrabbondanza di notizie, spesso di dubbia provenienza. Ma come un uomo esperto non è necessariamente chi ha provato di tutto, ma chi sa trarre lezioni e significati dalle esperienze fatte, così sul Web «essere informati» non vuol dire solo poter accedere a orizzonti sterminati di dati. Servono guide e metodi per scegliere e capire. Niente di nuovo sotto il sole. Vale ancora l’ammonimento che San Paolo faceva duemila anni fa ai suoi discepoli: «Vagliate tutto, trattenete ciò che vale».

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Steve e la commissione urbanistica

Sono rimasto stregato da questo video, che racconta l’America e le sue potenzialità meglio di qualsiasi libro o reportage giornalistico. Mostra Steve Jobs, uno degli uomini più potenti del mondo, che si presenta alla commissione urbanistica del Comune di Cupertino, in California, per chiedere il permesso di ampliare la sede della Apple. Da cittadino “qualunque”, nonostante non stia chiedendo una cosetta da poco: vuol costruire una nuova sede capace di ospitare 12.000 persone, una specie di “astronave” circolare di cristallo immersa in un gigantesco parco verde. Vale la pena vederlo…

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La mia vita nella nuvola

Leggendo i racconti e i "tweets" ieri sulla presentazione di iCloud da parte di Steve Jobs, mi è venuto da pensare a quanta parte della mia vita sia già in qualche modo "nella nuvola" digitale.

La cloud di Apple e quelle di Google, Amazon & C. in realtà riorganizzano una realtà di fatto. Faccio il mio caso. Nel 2000, partendo per andare a lavorare negli Usa, ho aperto un account di posta elettronica su Yahoo! (all'epoca era ancora "cool"…!) e da allora l'ho sempre mantenuto attivo e l'ho utilizzato moltissimo.

Risultato: oggi sul mio account conservo 26.000 (!) email con relativi allegati che in pratica sono l'archivio della mia vita nell'ultimo decennio. Una mole d'informazioni a cui si aggiungono le 4.000 foto di famiglia in formato digitale che conservo in un'area riservata (a pagamento) di Flickr, il servizio di condivisione di immagini di Yahoo!. Per non parlare di vari siti e blog personali che ho aperto – sempre su Yahoo! – nel corso degli anni, oggi quasi tutti semiabbandonati, dove resteranno per sempre miei brandelli digitali sparsi nella Rete. Tutte "cose" che non stanno fisicamente in alcun mio computer, ma vagano sotto forma di bit su vari server in California.

Ognuno di noi è già sulla nuvola, anche senza prendere in considerazione quelle parti di noi che distribuiamo sempre più sui social network come Facebook.

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Appuntamento a Palermo

Per chi c’è, appuntamento il 24 maggio a Palermo (15:30 – Albergo delle Povere), per il convegno “L’Informazione domani” organizzato dalla Fondazione Maria Grazia Cutuli. Alla tavola rotonda sul futuro del giornalismo partecipano Beppe Severgnini, Giuseppe Di Piazza, Giovanni Pepi, Corradino Mineo, Antonio La Spina e il sottoscritto.

Tutte le informazioni sono qui

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Dove nascono le idee

Dove nascono le vostre idee? Qual è il luogo dove vi sentite più creativi?

Una delle caratteristiche più intriganti dell'era digitale in cui viviamo, è la valorizzazione della creatività e la possibilità di condividerla in modo semplice con gli altri. Lo sa bene The Economist, una delle riviste più intelligenti del pianeta, che ha appena lanciato un'interessante applicazione per iPhone: una piattaforma per condividere con gli altri i propri luoghi di creatività preferiti.

Ecco il video che presenta l'iniziativa e, a seguire, il comunicato stampa in italiano con il lancio dell'iniziativa:

The Economist lancia “Thinking Space”

L’ Economist’s, con la sua nuova campagna di annunci, chiede: “ Da dove nascono le tue idee?” (“Where do you get your ideas?”)

The Economist annuncia il lancio di un applicazione iPhonee di un sito web interattivo progettato per permettere di localizzare gli altri lettori dell’Economist, scoprire e condividere i luoghi in cui pensano e nascono le loro idee.

La nuova piattaforma mobile e digitale rende più facile ai nostri lettori e, alle loro idee, trascorrere un po’ di tempo insieme in luoghi unici e stimolanti.

La campagna si propone di costruire una consapevolezza diversa del marchio Economistin tutta Europa e superare eventuali pregiudizi diffusi che il settimanale si concentri solo su temi di finanza ed economia. Partendo dai nostri lettori abbiamo voluto creare un mondo pieno di spazi dedicati ai loro pensieri favoriti, con l’intento di mostrare come la diversità dei nostri lettori riflette l'ampiezza dei nostri contenuti e stimola la riflessione dell'Economist.

L’applicazione è disponibile per il download gratuito negli Apple Storeed anche http://thinkingspace.economist.com.

La piattaforma ha lanciato anche una serie di spazi “vetrina” per i lettori. Ad esempio il fashion designer Andrea Llosa raccomanda il suo cafè preferito a Barcellona. L’imprenditore attivo nel settore dei media e del marketing Conrad Fritzsch suggerisce una scuola di cucina a Berlino; mentre il cineasta sperimentale e musicista Carlos Casas raccomanda la Passerelle Simone de Beauvoir che attraversa la Senna a Parigi.

Per caricare "Thinking Space", bisogna utilizzare  la mappa in modo da individuare rapidamente il proprio spazio, poi  basta semplicemente caricare una foto e una descrizione del luogo. L’intero contenuto è pubblico e condivisibile, quindi se si sta visitando una città nuova, o se si sta facendo il turista nella propria città, la piattaforma Economist Thinking Spaces sarà uno strumento prezioso per scoprire posti nuovi e stimolanti da visitare.

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Una storia in tre minuti

Tutto è pronto per il lancio del Premio Informazione Digitale de La Stampa: raccontateci una storia che vi appassiona in tre minuti multimediali.
Ecco il video di presentazione del direttore Mario Calabresi

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Aspiranti giornalisti? Leggete qui…


Il 14 aprile 2011 si inaugura il primo “Premio Informazione Digitale” de La Stampa, che verrà comunicato al Festival Internazionale del Giornalismo a Perugia e poi lanciato in maggio dallo stand della Stampa al Salone del Libro di Torino.

Il quotidiano propone il primo premio interamente digitale in Italia di un giornale, dedicato a tutti gli utenti. Le iscrizioni saranno formalmente aperte dal 12 maggio fino all’8 settembre. Il regolamento del Premio sarà disponibile, consultando dal 14 aprile l’indirizzo www.lastampa.it/premiodigitale.
Il tema di quest’anno sarà “la storia che vorresti vedere su La Stampa”. L’ambizione del “Premio Informazione Digitale” de LaStampa è quella di non porre limiti di sorta alla creatività dei partecipanti, incoraggiarne le aspirazioni e incontrarne per questo anche inclinazioni e desiderio. Il riconoscimento intende premiare le migliori storie che si distinguano per originalità, impegno nella ricerca della verità e qualità di esposizione multimediale e interattiva.

Le storie digitali potranno avere una duratadi3 minuti ed essere sviluppate nei formati video/audio oppure infografiche ed animazioni. I lavori potranno essere inviati via mail all’indirizzo premiodigitale@lastampa.it o tramite spedizione postale.

I 10 elaborati che avranno meglio testimoniato aspetti e realtà finora poco esplorati dai media saranno selezionati dalla Giuria dei Giornalistipresieduta dal direttore Mario Calabresi e pubblicati il 26 settembre 2011 su www.lastampa.it/premiodigitale, dove gli utenti de LaStampa.it potranno visionarli ed esprimere la propria preferenza.

Il premio si articolerà in due riconoscimenti: quello della giuria popolare, ovvero degli utenti de LaStampa.it che votando eleggeranno i tre elaborati preferiti, e quello della Giuria di Giornalisti, che designerà nella rosa dei 10 lavori online i tre più rispondenti alle ragioni e allo spirito del Premio.
Il primo classificato trascorrerà “una giornata in redazione” in cui potrà partecipare ad una riunione di redazione La Stampa e LaStampa.it, avrà la possibilità di pubblicare una seconda storia “multimediale” suLaStampa.it e riceverà un gettone del valore di 1.000 euro. Il dettaglio di tutti i premi è disponibile su www.lastampa.it/premiodigitale.
La Stampa, da sempre tra i primi giornali italiani a sperimentare le nuove tecnologie, vuol fare così ancora una volta della propria esperienza uno strumento efficace a superare i limiti che si frappongono fra organi di informazione classica e lettore moderno. Accogliendo la sfida che i tempi impongono all’informazione, La Stampa, con il suo “Premio Informazione Digitale”, si apre al confronto con il cittadino-lettore incline a rinnovare l’utilizzo dei nuovi mezzi di informazione.

Il regolamento del primo “Premio Informazione Digitale” de La Stampa sarà consultabile e scaricabile dal 14 aprile all’indirizzo www.lastampa.it/premiodigitale.
Per informazioni, scrivere all’indirizzo premiodigitale@lastampa.it

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Boom di lettori

Da “La Stampa” di oggi:


“La Stampa” conquista 400 mila nuovi lettori
di MARCO BARDAZZI

Una buona notizia per l’Italia: c’è voglia di leggere, capire e approfondire. Sarà che il Paese attraversa una complessa fase di trasformazione, mentre gli scenari globali richiedono chiavi di lettura che aiutino a dare un senso a eventi spesso tumultuosi (pensiamo alle rivolte di queste settimane nel mondo arabo). Quel che è certo è che sta aumentando il numero dei lettori dei quotidiani con un respiro nazionale e internazionale. E tra questi, secondo l’ultima rilevazione dell’Audipress, «La Stampa» si conferma il giornale che cresce più di tutti.

La nuova indagine sulla lettura, presentata ieri, indica un balzo del 9,7% dei lettori del nostro quotidiano nel terzo quadrimestre del 2010 rispetto ai quattro mesi precedenti. Un dato ancora più significativo se si considera che già nel secondo quadrimestre «La Stampa» era risultato il quotidiano più in crescita tra quelli nazionali, con un +12,7%. Sono ora 2.093.000 le persone che ogni giorno sfogliano queste pagine: 400 mila in più rispetto all’inizio dello scorso anno.

Nel complesso, l’Audipress ha rilevato nell’ultimo scorcio del 2010 un aumento del 5,5% dei lettori dei sei quotidiani nazionali, segnalando crescite significative anche per «Corriere della Sera» (+9%, a quota 2,9 milioni), «Giornale» (+8,8%, prima del cambio di direzione e dell’addio di Vittorio Feltri) e «Sole 24 Ore» (+5,3%). «La Repubblica» mantiene sostanzialmente invariato il numero dei propri lettori (+0,6%), confermandosi il quotidiano non sportivo più letto d’Italia a quota 3,2 milioni. Unica testata nazionale con il segno negativo nel terzo quadrimestre è «Libero», che ha perso il 4,9% dei lettori prima dell’arrivo di Feltri a fianco del direttore Maurizio Belpietro.

Se crescono quelli che Audipress riunisce nella categoria dei quotidiani nazionali, risultano invece tutti in perdita i giornali d’opinione, con un calo del 6,7% per «l’Unità» e battute d’arresto più contenute per «Avvenire» e «Italia Oggi». Resta stabile la lettura dei quotidiani regionali nel CentroSud, con una buona performance della «Gazzetta del Mezzogiorno» (+4,2%), insieme alla quale «La Stampa» si presenta in edicola in varie zone del Sud. In negativo invece il bilancio delle testate regionali del Nord, che perdono il 3,8% dei lettori: il dato peggiore (-18%) è quello del «Secolo XIX». Prosegue intanto il fenomeno del ridimensionamento della «free press» italiana. I quotidiani gratuiti hanno perso un altro 9,8% di lettori rispetto al quadrimestre precedente: nel complesso ne hanno ora poco più di 5 milioni, mentre all’inizio del 2010 erano oltre sei milioni. Tra gli sportivi, quelle della «Gazzetta dello Sport» restano le pagine più lette ogni giorno in Italia (4,3 milioni di lettori, +4,5%). Cresce «Tuttosport» (+4,6%) e perde terreno invece il «Corriere dello Sport-Stadio» (-1,4%).

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