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“Il futuro del giornalismo non e’ nei blog”

John Hartigan, il CEO di News Limited, il braccio australiano del colosso dei media di Rupert Murdoch, in un discorso senza peli sulla lingua ha attaccato a testa bassa tutti quelli che ritengono che i grandi media attuali siano destinati a morire e sostenuto invece che i quotidiani hanno cio’ che serve “per adeguarsi all’era digitale, adattare i loro modelli di business e continuare a raggiungere un pubblico di massa”.
Hartigan ha sostenuto che il ‘modello australiano’ dell’informazione sta reggendo bene la sfida del web - a differenza di quelli americano e britannico - e ha attaccato senza pieta’ i bloggers e gli aggregatori come Huffington Post o Newser, ribadendo invece che la strada giusta e’ quella del giornalismo di qualita’ e a pagamento del Wall Street Journal (gruppo Murdoch)
Sui bloggers, tra le altre cose, Hartigan afferma:

In return for their free content, we pretty much get what we’ve paid for - something of such limited intellectual value as to be barely discernible from massive ignorance. (…)
Like Keating’s famous “all tip and no iceberg”, it could be said that the blogosphere is all eyeballs and no insight.

Un discorso, quello di Hartigan, sicuramente con molte provocazioni in molti casi discutibili, ma ricco di spunti e di indicazioni importanti sulla strada che sta prendendo il giornalismo. Vale la pena leggerlo (anche se varie parti riguardano lo specifico dell’Australia, che non e’ esattamente il cortile dietro casa…)

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Il potere del link

Nieman Journalism Lab, l’osservatorio sul giornalismo digitale di Harvard, ci racconta una storia a mio avviso esemplare sulle sfide odierne dell’informazione online per i grandi media.
Dunque, quello che e’ successo e’ che Yahoo! ha messo in bella evidenza sulla proprio homepage un link a una pagina del New York Times dedicata a bel servizio sul boom delle case d’epoca comprate a basso costo perche’ hanno qualche ‘problemino’: il caso al centro della storia, per esempio, e’ quello di una villetta ottocentesca in Connecticut che ogni mattina trema come per un terremoto per il passaggio di un treno merci a pochi metri dalla camera da letto (vedi foto qui sotto).

Grazie al link su Yahoo!, il servizio ha stabilito il record assoluto di visite per un articolo del New York Times, battendo quelli precedenti che risalivano alla campagna elettorale 2008 vinta da Obama. In due ore, il flusso dei visitatori in arrivo da Yahoo! ha fatto registrare 9 milioni di pagine viste sul sito del quotidiano americano. Al ritmo di 7.300 contatti al secondo, l’ondata di lettori poteva essere una manna pubblicitaria. Ma la pagina si trovava nella sezione Home and Garden, che non pare essere tra le piu’ redditizie per la pubblicita’ online.
Scrive il blogger di Nieman Lab:

Deputy managing editor Jonathan Landman told me over the phone today that they might have been able to wring more revenue from the traffic if Yahoo had linked to an article in the site’s Theater or Small Business sections, where demand is much higher for expensive advertising sold by the Times.

Qui sta una delle sfide del giornalismo online: va bene essere valorizzati dai link dei grandi portali, o di Google, ma come riuscire a trasformare quel traffico in guadagni che permettano ai media di sopravvivere?

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Ci vedono cosi’

Nel mondo dei social networks, le versioni online dei quotidiani tradizionali che facciamo noi giornalisti sono viste cosi’. E forse non hanno neppure tutti i torti…

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Giornalismo multimediale e cioccolata

Per spiegare come funziona il Parlamente Europeo, la BBC fa ricorso al paragone pratico con una torta alla cioccolata. Curioso esempio di giornalismo digital-gastronomico…

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Twitter si tinge di verde (il colore del dollaro)

Dall’ANSA: L’ “effetto Teheran” tinge Twitter di verde, non solo in onore al colore della protesta iraniana, ma anche di quello delle banconote del dollaro. Gli eventi in Iran hanno consacrato sui media americani il servizio di microblogging, lanciando una corsa a integrarlo sempre piu’ nella produzione giornalistica, ma rafforzando anche le prospettive per Twitter di diventare una macchina da soldi.
Vincendo lo scetticismo di chi lo vede come una piattaforma per il gossip tra adolescenti, Twitter si e’ rivelato tra gli strumenti piu’ efficaci per raccontare le proteste iraniane. Al punto da spingere il Dipartimento di Stato a intervenire per convincere la societa’ che lo gestisce a posticipare una prevista manutenzione tecnica, per non interrompere un flusso informativo a cui anche diplomazia e intelligence a Washington attingono, per cercare di capire cosa accade a Teheran. Mentre dilagano su Twitter gli avatar - le icone degli utenti - colorati di verde in solidarieta’ con i sostenitori di Mir Hossein Mussavi, negli Usa cresce l’impressione che il servizio di microblogging sia entrato in una fase di maturita’. […] Continue reading →

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Time e Newsweek precipitano, Economist no. Perchè?

Ce lo spiega Michael Hirschorn su The Atlantic e in questa videochiaccherata. Un assaggio:

The Economist has reached its current level of influence and importance because it is, in every sense of the word, a true global digest for an age when the amount of undigested, undigestible information online continues to metastasize. And that’s a very good place to be in 2009.
True, The Economist virtually never gets scoops, and the information it does provide is available elsewhere … if you care to spend 20 hours Googling. But now that information is infinitely replicable and pervasive, original reporting will never again receive its due. The real value of The Economist lies in its smart analysis of everything it deems worth knowing—and smart packaging, which may be the last truly unique attribute in the digital age.

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Un sito da visitare spesso

Mediastorm, grande giornalismo multimediale

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Salvare i quotidiani in 10 mosse

Giorni fa Mark Glaser, che cura un importante spazio sul futuro dei media sulla PBS americana, e’ finito in ospedale. Mentre faceva i conti con una patologia renale, annoiandosi, ha impugnato l’iPhone e ha cominciato a mandare messaggi su Twitter. Costretto a restare fermo in ospedale per giorni, ha provato a riflettere su come sintetizzare in un agile decalogo i passi che ciascun quotidiano dovrebbe fare se vuol salvarsi dalla crisi attuale dei media. Ne sono nati 10 tweets, rigorosamente di meno di 140 caratteri l’uno, che Glaser ha inviato al mondo dal letto d’ospedale.
Nel giro di pochi giorni, sono rimbalzati via Twitter un po’ dovunque, diventando uno spunto di riflessione importante tra coloro che si occupano della rivoluzione digitale nei media. Li ripropongo qui di seguito tutti insieme (lo so, lo so, dovrei tradurli in italiano, ma sono pigro: ci sono volontari?):

10 Steps for Saving Newspapers

1. Do custom small print runs targeted to neighborhoods and interests. Not daily.

2. Support local writers, reporters and bloggers; help market them, sell their ads; decentralize the operation.

3. Replace circulation, printing, print production staff with tech, SEO, community managers.

4. Find out what the community wants in real face-to-face meetings, not focus groups. Then do what they want.

5. Use pro-am methods. Include community-contributed content edited and vetted by pros.

6. Smart multimedia. Don’t do it just to do it. Use the right medium to tell the right story.

7. Promiscuous revenues. From ads, niche paid content, donations, non-profit grants to directory listings.

8. Produce mapping and database projects. Employ or train hacker-journalists.

9. Meet regularly with local businesses to gauge their needs. Create online directories of local businesses.

10. Create a bottom-up organization where innovation is encouraged and rewarded at the edges. Use good ideas from anyone.

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Ma chi gliel’ha fatto fare?

Il New York Times apre le porte alle telecamere del Daily Show, il programma comico cult di Jon Stewart. E ne esce devastato. Un video tutto da vedere su come il giornalismo di carta in America sia sempre piu’ considerato “roba dei nonni”. Mi chiedo come sia venuta in mente a Bill Keller e al suo staff quest’idea geniale di farsi massacrare su uno dei programmi piu’ visti in Tv negli Usa…

The Daily Show With Jon Stewart Mon - Thurs 11p / 10c
End Times
www.thedailyshow.com
Daily Show
Full Episodes
Political Humor Newt Gingrich Unedited Interview
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La Top Ten del giornalismo 2.0

Se il giornalismo sta vivendo un rinascimento digitale (c’e’ chi sostiene che in realta’ sta entrando in un’epoca di barbarie, ma questo e’ tema per un altro post…), chi sono i maestri del momento? Quali sono le botteghe rinascimentali dove conviene affacciarsi per fare apprendistato?
Ovviamente, le principali botteghe sono le redazioni dove ogni giorno si inventa il futuro multimediale. Esempi ce ne sono molti. Uno su tutti: il londinese Daily Telegraph, la cui trasformazione negli ultimi anni e’ stata sorprendente. Ecco un video che la racconta:

Ma c’e’ un mondo esterno alle redazioni dove nascono le idee che - nel bene e nel male - segneranno il futuro della comunicazione. Ecco la mia Top Ten di maestri e botteghe del giornalismo digitale, che come tutte le classifiche del genere ha una base scientifica inesistente ed e’ solo frutto di gusti e simpatie personali.
Avvertenza 1: e’ tutta dedicata a gente che parla inglese, perche’ gli ultimi anni li ho passati in America e anche perche’ non e’ che le botteghe digitali italiane e i relativi maestri abbondino.
Avvertenza 2: siccome sul mio blog faccio quello che mi pare, nella Top Ten i nomi sono…piu’ di ten.

- Nieman Journalism Lab: nato da poco, il laboratorio di giornalismo digitale di Harvard guidato da Joshua Benton e’ subito diventato un luogo innovativo e un eccezionale osservatorio su cosa sta accadendo nel mondo dei media. Ha un’impronta di ottimismo intelligente che, in un periodo di crisi profonda, e’ una boccata d’aria fresca. Lo preferisco al serioso e polemico sito della prestigiosa Columbia Journalism Review.

- Poynter Online: la scuola di giornalismo della Florida e’ una tappa obbligatoria per chi abbia un minimo di interesse sul presente e futuro dei media. I nomi che contano passano da queste parti e non c’e’ giornalista americano che non controlli ogni giorno il blog Romenesko. Ma il vero valore aggiunto di Poynter, nell’era digitale, e’ stata la creazione di NewsU, l’universita’ del giornalismo online, in gran parte gratuita: un luogo impagabile del web e una vera bottega rinascimentale.

- Reynolds Journalism Institute: all’interno della Missouri School of Journalism - la prima scuola di giornalismo nata nel mondo, 101 anni fa - e’ sorto da qualche tempo il laboratorio RJI. E si e’ imposto in fretta come un posto dove si sfornano idee e personaggi che determineranno il giornalismo 2.0 […] Continue reading →

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Il ‘nemico’ di Corriere e Repubblica ha 13 anni

Per capire qual e’ la concorrenza con cui sempre piu’ spesso deve fare i conti la stampa tradizionale, occorre leggere storie come quella del britannico Scott Campbell, che a 13 anni ha messo in piedi un aggregatore di news che appena nato, ha gia’ 5.000 visitatori unici al giorno e raccoglie pubblicita’ via Twitter.

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Gente fuori di testa

E nel pieno della tumultosa riflessione negli USA sulle news a pagamento, spunta un piccolo quotidiano del Rhode Island che sceglie non solo di far pagare le notizie online - caso quasi unico finora negli Stati Uniti - ma di farle pagare di piu’ delle stesse notizie disponibili su carta.
Chi vuole l’abbonamento annuale cartaceo al Newport Daily News (vedi tabella sotto) deve pagare 145 dollari l’anno per la consegna a casa. Abbonamento cartaceo e accesso alla versione online costano 245 dollari, mentre per la sola edizione online il prezzo schizza a 345 dollari l’anno. ”Il nostro scopo e’ spingere la gente a tornare all’edizione cartacea, e’ quello che ci chiedono i lettori”, ha spiegato l’editore Albert K.Sherman.

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Roba da museo

Questa l’ho scattata poco fa fuori dal Newseum, lo straordinario museo delle news e del giornalismo di Washington. E’ un luogo affascinante, anche se un po’ (molto…) autocelebrativo per una categoria che non e’ esattamente la piu’ amata del pianeta. Il Newseum e’ sulla sinistra, in fondo al centro c’e’ il Capitol, e a destra la National Gallery.

Sulla facciata del museo delle news, su una lastra di marmo alta 22 metri, e’ riportato il Primo Emendamento alla Costituzione americana, quello che tutela la liberta’ di stampa.
Tutto molto bello, ma ogni volta che passo dal Newseum mi viene una certa inquietudine: e se la mia professione fosse ormai diventata solo roba da museo…?

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Come Twitter cambiera’ tutto

Beh, diciamocelo subito: forse non cambiera’ proprio tutto, quantomeno non nel modo in cui Google lo ha gia’ fatto. Ma a leggere la prossima cover-story di Time Magazine, “How Twitter Will Change the Way We Live”, si capisce meglio che tipo di scenari si aprono per il servizio di microblogging due anni dopo il suo debutto.
Steven Johnson, l’autore del servizio, e’ uno dei visionari piu’ interessanti che ci siano in giro quando si parla di social media. L’ho conosciuto tempo fa all’Ambasciata d’Italia a Washington, dove era venuto a presentare un interessante progetto sul futuro delle biblioteche nell’era degli e-book, sviluppato con il CNR. Il suo sito outside.in e’ un esempio molto interessante di cosa si puo’ fare con il web a livello di quartiere (una miniera di idee per il futuro della stampa locale…).
Credo abbia centrato il bersaglio nella sua analisi su cosa stia diventando Twitter, che non e’ piu’ solo quell’aggeggio dove puoi fare solo 140 battute, e poi…? Oggi e’ una piattaforma che viene sviluppata con il contributo di cervelli di ogni parte del mondo, ogni messaggio e’ una rampa di lancio verso qualche altra parte del web, e negli USA in particolare sta seriamente cominciando a determinare il successo (o il flop) degli articoli online. Per esempio, ho scoperto l’articolo di Time perche’ seguo i tweets di Johnson e lui ha cominciato a farsi pubblicita’ di primo mattino negli USA, quando ancora Time.com non aveva diffuso la cover in edicola domani.

Johnson sintetizza bene cio’ che sta accadendo a Twitter con un’immagine ad effetto:

It’s like inventing a toaster oven and then looking around a year later and seeing that your customers have of their own accord figured out a way to turn it into a microwave.

Immaginiamoci cosa potrebbe accadere nelle nostre redazioni ‘tradizionali’, se lasciassimo entrare un po’ di questo flusso di creativita’ e trovassimo il modo di permettere ai lettori di trasformare i nostri vecchi giornali-toaster in forni a microonde dell’ultima generazione…!

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Google attacca Amazon, si difende da Hulu

Rubo un articolo scritto dal mio collega Emanuele Riccardi per l’ANSA:

Google, il colosso informatico di Mountain View, nella Silicon Valley californiana, parte all’attacco contro Amazon, il piu’ grande negozio di libri del mondo, nel settore degli e-book, i libri virtuali che si consumano su lettori elettronici come Kindle o Sony Reader. Se da un lato attacca, dall’altro Google e’ obbligata a giocare in difesa. Il suo YouTube, il sito di condivisione dei filmati, e’ sempre piu’ minacciato, almeno per film e serial televisivi, da Hulu, il sito web che appartiene alle major di Hollywood e alle principali reti tv americane. […] Continue reading →

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