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Giornalisti, gente pericolosa

Un paio di giorni fa Bill Keller ha tenuto una riunione di redazione al New York Times e ha dedicato ampio spazio al crescente uso dei “social media” da parte dei suoi giornalisti. Non voglio mettere vincoli a quello che fate su Twitter o Facebook, ha detto, “se non la regola del buonsenso”. Mentre parlava, c’e’ chi tra i suoi ha sparato in giro tweets su quello che stava accadendo. Vari siti li hanno rilanciati. Alla fine del meeting Keller, informato che sul web gia’ giravano le sue parole, ha spiegato alla redazione (immagino con che tono…) che anche nell’epoca della condivisione immediata di tutto online, devono esistere “zone di fiducia” da rispettare.
L’episodio e’ significativo, non solo perche’ documenta il boom che vivono in questa primavera Twitter & C. nel mondo del giornalismo americano (solo nella redazione del Los Angeles Times ci sono 144 account ‘ufficiali’ di Twitter, senza contare quelli personali dei singoli redattori). Ma anche e soprattutto perche’ segnala l’esigenza di mettere qualche paletto e fare un po’ di ordine in un ambito che in America e’ esplosivo.
I nodi sembrano essere venuti al pettine tutti insieme questa settimana. Uno dopo l’altro, il Wall Street Journal, il Washington Post e altri gruppi hanno diffuso regole di comportamento per i giornalisti sui social media. Il WSJ e’ stato il piu’ rigido, dando direttive che esortano a non fare commenti personali o controversi su Twitter o su servizi simili, a non rivelare iniziative editoriali, a non citare la concorrenza e via dicendo. Al NYT, nonostante le disavventure del direttore, la linea per ora e’ piu’ morbida, riassunta proprio nelle parole di Keller:

I have asked people to use common sense and respect the workplace and assume whatever they tweet will be tied to the paper. Even when they are tweeting personal information to their followers, they are still representing the New York Times.

In Italia ancora si fa ben poco reporting usando i social media, quindi la materia appare per il momento un tema lontano. Ma lo restera’ per poco. Quando arrivera’ all’ordine del giorno, c’e’ da augurarsi una via di mezzo tra i vincoli del WSJ e il probabile eccesso di fiducia di Keller nel genere umano. Ancora una volta, a mio avviso, la strada e’ quella di difendere credibilita’ e autorevolezza delle testate e dei loro giornalisti, per differenziare i loro contenuti dall’assordante chiacchericcio che gira sulla Rete. Non tutti i tweets hanno lo stesso peso, e i lettori devono potersi fidare di chi, anche nello spazio di 140 caratteri, sa fare informazione vera.

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