
Sono reduce da un’interessante giornata alla George Washington University, dove un centinaio di addetti ai lavori del mondo dell’informazione e cervelloni digitali sono stati riuniti dal Reynolds Journalism Institute della University of Missouri per discutere modelli per tenere in piedi il giornalismo in futuro.
La conclusione, detta in estrema sintesi, e’ questa: anche se l’idea al momento piace poco, entro 4-5 anni pagheremo senza troppi traumi una bolletta per le news online, un po’ come oggi si pagano la luce, il gas, il telefono o – per i piu’ sofisticati – le spese di hosting del proprio sito web. Non ci sara’ bisogno di pagare un tanto a consumo, ne’ di tenere sempre la carta di credito a portata di mano: sara’ qualcosa di piu’ simile all’uso del Telepass in autostrada. [...]
Lo scenario appare inevitabile, non e’ soltanto Rupert Murdoch a parlarne. Ma quello che si profila all’orizzonte non e’ il vecchio modello dell’abbonamento online al giornale. L’America, alle prese con una crisi che sta facendo traballare i colossi dei media, ha messo in campo le armate della creativita’. Cio’ che rende sempre piu’ probabile che l’era delle news gratis sia al tramonto, e’ il fatto che quando vedi scendere in campo negli USA una coalizione fatta di start-up, giovani innovatori, vecchi saggi e centri studi universitari – il tutto accompagnato da grossi stanziamenti di denaro per la ricerca -, di solito e’ una strada senza ritorno.
Il problema, ha spiegato Walter Isaacson, presidente dell’Aspen Institute ed ex numero uno di CNN e Time, “non e’ tanto quello di salvare i quotidiani, bensi’ di salvare il giornalismo e piu’ in generale (e piu’ importante) la creativita’ digitale. Qualsiasi cosa venga creata, nel lungo periodo deve avere un business model che la sostenga”. Per il giornalismo in particolare, Isaacson e altri vedono un futuro fatto di un mix di molteplici fonti di guadagno, pubblicita’ ovviamente inclusa, ma con un punto fermo: nell’era di Internet, occorre sviluppare modelli che diano il potere alla gente di scegliere quello che vuole e di farlo decidendo in liberta’ a quanta parte della propria privacy intende rinunciare.
Un accenno a qualche proposta concreta, tanto per capire cosa bolle in pentola:
- INFORMATION VALET: E’ un concetto che viene sviluppato alla RJI in Missouri, sotto il coordinamento di Bill Densmore, e che si appresta a venir commercializzato in estate da una neonata societa’ della Silicon Valley che si chiama CircLabs. L’idea e’ quella di coalizzare un gran numero di “produttori di informazione” (quotidiani, agenzie di stampa, network TV ecc.) per rendere una parte dei loro contenuti accessibile solo a chi si dota di uno speciale borsellino elettronico. In pratica, con una username e password unici, l’utente potra’ navigare tra contenuti a pagamento di tutti i vari siti che partecipano. Avra’ poi la possibilita’ di stabilire il proprio livello di privacy, decidendo cosi’ la quantita’ di pubblicita’, offerte, condivisioni ed esperienze da social network che e’ disponibile a ricevere.
- KACHINGLE: Promosso dall’imprenditrice Cynthia Typaldos, e’ un sistema che offre agli utenti del web di sostenere i loro siti di news preferiti, premiando in particolare quelli che frequentano piu’ spesso. Se uno mette a disposizione per esempio 10 dollari al mese a questo scopo e passa meta’ del proprio tempo sul New York Times, il NYT ricevera’ da Kachingle 5 dollari, il resto viene diviso tra gli altri. E’ un sistema di finanziamento dal basso che negli USA ha un esempio simile, nel mondo degli ‘Old Media’, nella National Public Radio (NPR), che fa giornalismo eccellente.
- PUBLISH2: Un servizio di condivisione di link, fonti, e contenuti tra giornalisti e redazioni. L’idea e’ usare la filosofia della condivisione e aggregazione del web 2.0 per allargare il raggio d’azione e aumentare le potenzialita’ dei giornalisti. Scott Karp e’ l’uomo dietro il progetto, che sta raccogliendo adesioni di centinaia di giornalisti. Ecco come ha sintetizzato le prospettive che a suo dire si aprono con strumenti come Publish2:
What could effectively aggregate all the highest quality news on the web is the human judgment of professional journalists — news organizations’ greatest underleveraged asset. A news aggregator powered by the collective news judgment of every journalist in the world could become a major consumer destination — the Hulu of news.
Such an aggregator could then take the final step that Google cannot — share revenue robustly with news organizations, to pay for the journalists who create the high quality content that drives the value of the news aggregator, and whose judgment powers the aggregation.
Google will likely generate over $30 billion in advertising revenue this year. News organizations can get a large share of that revenue not through a beg and threaten strategy, but by collectively building a better product.
- IN-A-MOON: I micropagamenti, che sembrano piacere a molti editori anche in Italia, sono il punto di forza di questo sistema. Matt Mankins, il suo artefice, lo presenta come un sistema di ‘Browsing 2.0′, spiegandolo cosi’:
In Browsing 2.0 users use the Internet exactly like they do now, with the exception that the sites they visit have an opportunity to earn revenue by the mere fact that the browser visited the site. So Browsing 2.0 is like the current web experience, except we hook up a “behind the scenes” payment methodology. In Browsing 2.0, we’re trying to get content providers to earn money to support their content.
The other main part of Browsing 2.0 is a fair distribution of monthly fees. We do this based on usage. We take a large sample (a month), and proportion out the payment at the end of the month based on the month’s usage. We call this the “Trail Economy”, as it pays content providers based on browser’s trail.