Mercoledi’ inizio una nuova fase professionale, nella redazione Multimedia dell’ANSA, dopo nove anni trascorsi negli USA. Momento buono per interrogarsi sul futuro, visto che a leggere le analisi dei guru digitali americani sembra imminente il giorno in cui saro’ disoccupato. Il giornalismo tradizionale, quello delle grandi testate come l’ANSA, secondo loro e’ a un passo dall’estinzione.

Gli esempi? Prendete Chris Anderson, quello di Wired e di The Long Tail. Negli USA sta facendo discutere con il suo nuovo libro Free: The Future of a Radical Price (anche su ufficialmente esce solo domani), nel quale sviluppa le proprie tesi su modelli economici basati sul “gratis per tutti”. Secondo Anderson, il giornalismo dei quotidiani non vale piu’ niente e la professione del giornalismo sta per essere rimpiazzata da qualcosa di diverso, una sorta di “community organizer” (magari porta bene, visto che e’ il mestiere che ha lanciato la carriera di Obama…). Scrive Anderson a proposito dei giornalisti:
There may be more of them, not fewer, as the ability to participate in journalism extends beyond the credentialed halls of traditional media. But they may be paid far less, and for many it won’t be a full time job at all. Journalism as a profession will share the stage with journalism as an avocation. Meanwhile, others may use their skills to teach and organize amateurs to do a better job covering their own communities, becoming more editor/coach than writer. If so, leveraging the Free—paying people to get other people to write for non-monetary rewards—may not be the enemy of professional journalists. Instead, it may be their salvation.
Sara’, ma sembra che in giro ci sia una grande sottovalutazione, o quanto meno incomprensione, di cosa significhi fare davvero informazione. Sicuramente e’ anche colpa di noi giornalisti, che abbiamo offerto un’immagine tale da far pensare che i media tradizionali si possono rimpiazzare senza troppi traumi.
Negli USA, c’e sempre meno gente disposta a scommettere sul futuro delle grandi news organizations. Leggetevi per esempio questa analisi di Steve Yelvington – uno stratega dei media serio – sul piano d’azione messo a puntoin queste settimane dagli editori americani. Ve la sintetizzo: “State sbagliando di brutto, pensate che la gente sia disposta a pagare ancora per i vostri contenuti, ma non lo e’ piu’”. Quel che colpisce e’ che anche uno come Yelvington non sia in grado di suggerire vie d’uscita per i giornali, a parte generici inviti ad “ascoltare la gente”:
If there is a path forward for newspaper companies, it will be a new one they have yet to discover. Such discovery begins with listening to real people, not by wishful thinking in the boardroom.
A reagire a questi scenari da catastrofe imminente dei media sono pochi. Malcolm Gladwell, sul prestigioso New Yorker, ha attaccato le conclusioni di Anderson, per ricavarne una piccata replica dal diretto interessato che ha alimentato per giorni il dibattito tra gli addetti ai lavori su Twitter. E non e’ una novita’ che nella galassia Murdoch la si pensi diversamente (vedi il mio post precedente).
Pero’ tira una brutta aria. Che io non condivido del tutto. Secondo me credibilita’ e autorevolezza alla fine porteranno a definire modelli di business anche nell’era del digitale e del Free. Resta un piccolo problema, per noi giornalisti: dobbiamo essere credibili e autorevoli…

Il metodo giornalistico serve per distinguere il vero dal falso: può sopravvivere. I giornali non sono la loro carta: possono sopravvivere come network di persone, risorse, idee. Filtri collettivi utili all’epoca dell’information overload, dove nessuna macchina è in grado di valutare e controllare contenuti. Il caso di twitter e Teheran dice questo: i giornalisti servono, quando non ci sono la popolazione è più debole. E i giornalisti? Dovremo fare qualcosa per cui ha senso essere pagati da un editore o direttamente dal pubblico. Oppure diventeremo parte di altri equilibri, un secondo lavoro fatto con libri d’inchiesta e altro…
mi trovo più d’accordo con la critica di Malcom Gladwell
“This is the kind of error that technological utopians make. They assume that their particular scientific revolution will wipe away all traces of its predecessors”
Veramente anch’io non capisco, una volta “chiusi” giornali o agenzie, quale sia l’idea di business (o almeno di arrivare a uno stipendio) per chi fa informazione.
Chi la “fa”, non chi la “ricicla”.
A mio avviso molto interessante su questo tema la visione offerta oggi da Ruth Sunderland sul “Guardian”. Un bereve passaggio: “The idea of “free” seems attractive – Anderson’s title even sounds faintly alternative in a Sixties sort of way – but it is a dangerous and self-serving myth. Incidentally, his book costs £8.54 ($13.90) on Amazon (why not £0.00 ($0)?), so he doesn’t practise what he preaches”.
Il resto qui: http://www.guardian.co.uk/business/2009/jul/05/freeconomics-internet-profit#
Saluti.
Pier Luca
@Pier Luca
Sunderland solleva una provocazione giusta, ma alla quale Anderson ha risposto con i fatti: il suo Free, in effetti, e’ “free” in varie versioni digitali e in Gran Bretagna anche in una versione cartacea. Confesso che il tutto mi appare un po’ complicato, ma la spiegazione e’ qui:
http://www.longtail.com/the_long_tail/2009/07/free-for-free-first-ebook-and-audiobook-versions-released.html
@Marco: Si anche tramite segnalazioni su FriendFeed avevo visto il link che però:
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Ovviamente non è qs il punto del dibatitto ma, appunto, quale modello di business applicare all’editoria. Dalla mia personale prospettiva ho l’impressione che sino ad ora non ne sia stato applicato alcuno. Troppe commistioni, interessi e “target di riferimento”, troppa confusione e nessuna o poca gestione.
Ciao.