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Le notizie dietro il Muro

Le voci a favore della costruzione di un pay wall intorno ai contenuti giornalistici sul web si moltiplicano negli Usa. E non sono piu’ solo gli editori a chiederlo. Sull’autorevole Columbia Journalism Review, a sostenere la necessita’ di far in qualche modo pagare parte delle news e’ intervenuto per esempio David Simon, giornalista di lungo corso e di lungo curriculum del Baltimora Sun. Il suo e’ un accorato (e a tratti drammatico) appello agli editori di New York Times e Washington Post, perche’ alzino al piu’ presto il Muro.

Content matters. And you must find a way, in the brave new world of digitization, to make people pay for that content. If you do this, you still have a product and there is still an industry, a calling, and a career known as professional journalism. If you do not find a way to make people pay for your product, then you are—if you choose to remain in this line of work—delusional.

9 Comments

  1. Valentino says:

    sempre d’accordo su questa idea… non solo per il portafoglio di giornalisti e giornali, ma anche per noi lettori, per avere un luogo di raccolta del giornalismo di qualità, una più accurata selezione dal “rumore di fondo”..

  2. il solo fatto di poter – teoricamente – salvare una pur gloriosa professione non mi pare sufficiente a far sì che il nuovo modello funzioni…

  3. marco says:

    @Massimo
    Mi sembra che per ora non sia chiaro non solo se il nuovo modello possa funzionare, ma neppure quale sia, questo modello.

    Pero’ sta emergendo con chiarezza, a livello planetario, che i modelli basati solo sul ‘free’ non possono bastare a sostenere il giornalismo.

    Mi dirai: ‘Amen, i giornalisti se la sono cercata, facciamo a meno di loro’. E io replico esumando il proverbiale rischio, in questo modo, di gettare il bambino con l’acqua sporca…

  4. Ciao Marco,
    secondo me al limite quelli che se la sono cercata sono gli editori, non i giornalisti, che, se pur coccolati da una vita, ora rischiano di farne le spese.

    Quanto al “nuovo” modello, a me sembra che sia (ritenuto) “il modello iTunes”, che secondo me non ha senso – mentre secondo me ha ancora più senso, adesso che in tanti andranno verso un modello “pay”, rimanere fedeli al “free”, e anzi abbracciare ancora più internet, aprendosi ai link, ai rapporti coi blogger, ai commenti degli iscritti, ai “voti” degli iscritti (su e giù) su ogni articolo proposto etc. A me pare che i giornali si comportino come se non fosse possibile – o fosse eticamente sbagliato – provare a fare le scarpe ai propri competitor e guadagnare quote di mercato a loro discapito, mentre secondo me è esattamente quello che si può e bisogna fare adesso online, perchè se diventi grande due volte quanto sei grande adesso sul web, allora forse il modello “free”, con qualche correzione, diventa sostenibile, mentre temo che un modello pay non lo possa mai essere, e lì sì rischi di buttare via bambino e acqua sporca insieme. A ogni modo, per vedere come vanno le cose secondo me bisogna tenere d’occhio cosa fa El Pais, che già durante la scorsa crisi (post 2001) decise di provare col modello “pay”, salvo trovarsi in rosso coi conti e surclassato quanto a lettori sul web da parte di El Mundo…

  5. alberto says:

    Anche se qualcuno ha additato gli aggregatori di notizie come causa di tutti i mali, il dibattito sul futuro del giornalismo in realtà è tutto interno all’editoria. Mi pare incontestabile che le notizie principali siano messe in rete dagli stessi giornali online i cui editori si lamentano della situazione da loro stessi creata. Sono loro che le diffondono gratis. Non c’è un avversario esterno, come Napster o Pirate Bay per i discografici, a cui dare la colpa. Gli editori sono preoccupati perché se cercano di far pagare nessuno compra. I lettori sono preoccupati perché la qualità delle notizie è scaduta, non c’è più giornalismo d’inchiesta, le foto sulle prime pagine sono tutte uguali. etc. Gli editori dicono: se volete notizie di qualità, pagate il dovuto per permetterci di avere redazioni efficienti. I lettori non pagano, comprano meno giornali cartacei e non si abbonano online, a parole pretendono, ma nei fatti si accontentano. Conclusione?

  6. Nethan says:

    Trovo che siamo all’alba di una rivoluzione (buona o cattiva nei vari apsetti, si vedrà!!).
    Già oggi tutto quello che è frutto di un’idea o di un lavoro, traducibile in digitale, è oggetto di scambio a livello mondiale. La facilità di scambio supera di gran lunga la possibilità di proteggere tali contenuti, quali essi siano.
    Anche se software, libri, notizie, canzoni film ecc, sembrano cose diverse, però si capisce che tutto transita da internet e se non sono ancora spariti massivamente è perché i vari attori di questi mercati non sono ovviamente morti. Capite però che stiamo imparando e sperimentando nuovi e radicalmente diversi modelli di comunicazione, ne siamo all’alba e si vedrà dove ci porteranno…
    Purtroppo l’unica cosa che temo e che, se si andasse verso una riduzione dei soldi che girano per questi mercati, magari dovremmo rinunciare ai grandi film con tutti gli effetti speciali per esempio… A meno che non si trovi un nuovo modo di fare business piuttosto redditizio, dato che i modi conosciuti mi sembra stiano vacillando pericolosamente.
    Che ne pensate???

  7. alberto says:

    Una volta si parlava di “specifico” per ogni forma d’arte, ai tempi dell’egemonia culturale della sinistra. Si parlava soprattutto di “specifico filmico” per dare blasone alla forma d’arte più giovane. Non ho però mai sentito parlare di “specifico telematico”, forse perché ormai l’egemonia culturale della sinistra è finita e tutti parlano come mangiano. Non penso che oggi sia possibile prevedere gli effetti di internet sui vari mezzi di comunicazione, come era difficile prevedere che la televisione avrebbe spinto il cinema sempre più verso la produzione di kolossal costosissimi. Se anche internet dovesse accentuare questa tendenza nel cinema, i maestri degli effetti speciali potrebbero stare tranquilli. La stessa incertezza sul futuro vige per le notizie. I giornali ai tempi della televisione sembrano aver privilegiato titoloni e fotocolor rispetto al testo. La free-press (il giornale ai tempi di internet) accentua questa tendenza, pur con qualche differenza. La mia sensazione è che la gente abbai sempre meno voglia di pagare le notizie. Forse occorrerebbe concentrarsi di più per capire che cosa è una notizia, perché interessa, fino a che punto se ne può fare a meno.

  8. marco says:

    Grazie a tutti per i vostri commenti, come sempre stimolanti.

    Mi chiedo e vi chiedo una cosa, anche se mi accorgo di rischiare di essere monotono su questo tema. Da quando sono rientrato (da poco) in Italia dagli USA, mi ha colpito come ci siamo abituati a pagare – e neanche poco – per cose che un tempo erano considerate diritti acquisiti.

    In un tempo non lontano, canone Rai a parte, non pagavamo niente per i canali Tv. Oggi siamo disponibili a sborsare cifre non indifferenti per Sky & C. Lo stesso vale per le spese mensili che siamo pronti a fare per il cellulare o la connessione web, o magari per l’hosting di un nostro spazio su Internet.

    Tutte spese che in un’era non lontana (sto parlando dei primi anni Novanta del XX secolo, non del Risorgimento…) non facevano parte del nostro budget mensile. Siamo sicuri che per quella che io chiamo l’informazione “con le bollicine”, un po’ piu’ sofisticata di quella generica e uguale per tutti che passa dal rubinetto, non valga la pena uno sforzo simile?

  9. Ciao Marco,
    non pago Sky, e non posso fare a meno di cellulare e adsl, ovviamente.
    Pago le news, e volentieri, quando compro Newsweek o The Economist.
    Compro Corriere e Repubblica 1 volta/settimana. Sul web, non li pagherei.

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