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Aspettando il NY Times

E’ cominciato agosto. Il che significa che si avvicina il momento in cui il New York Times annuncera’ se intende o meno tornare a far pagare parte dei propri contenuti online. Il maggior quotidiano americano ha fatto sapere che una decisione dovrebbe arrivare alla fine di agosto o all’inizio di settembre.

Perche’ e’ importante? Perche’ la scelta del NYTimes influenzera’ gran parte dell’editoria statunitense e, a ruota, probabilmente anche quella europea. Gli ammonimenti al NYT perche’ resti tutto gratis sul web si sprecano. Uno dei piu’ convincenti viene da Vivian Schiller, una che se ne intende. E’ stata alla guida di NYTimes.com ed e’ ora alla testa della National Public Radio (NPR), la radio americana celebre per i propri reportage di alta qualita’ alimentati da un modello di business nonprofit.

Avverte la Schiller in un’intervista a Newsweek:

I am a staunch believer that people will not in large numbers pay for news content online. It’s almost like there’s mass delusion going on in the industry—They’re saying we really really need it, that we didn’t put up a pay wall 15 years ago, so let’s do it now. In other words, they think that wanting it so badly will automatically actually change the behavior of the audience. The world doesn’t work that way.

Vivian Schiller ricorda poi che quando il NYT aveva una sezione a pagamento sul web (Times Select), ottenne un grosso successo nel convincere 225.000 persone a pagare 50 dollari l’anno di abbonamento online (in aggiunta agli abbonati ‘cartacei’, a cui spettava l’accesso di diritto). Nonostante questo, il NYT nel settembre 2007 decise di rinunciare al modello perche’ alla fine dell’anno fruttava 10 milioni di dollari: tanti, ma solo una goccia nel mare di soldi che servono a mandare avanti un grande quotidiano e comunque meno di quanto non frutti la pubblicita’ sul sito tutto free.
Afferma ora la Schiller: “Mettiamo che ora convinciamo un milione di persone a iscriversi. Fanno 50 milioni di dollari l’anno. Non bastano a salvare un quotidiano, e avremo ucciso ogni entrata pubblicitaria. I numeri non tornano”.

OK, giusto. Ma resta l’interrogativo di fondo: e allora quale modello di business ci inventiamo per non far morire gli attuali gruppi editoriali? Vogliamo davvero immaginare un mondo in cui l’informazione e’ affidata solo a citizen journalists coordinati da giornalisti-organizzatori di comunita’ e una serie di testate che vivono come nonprofit?

Vi immaginate realta’ come RCS, Gruppo Espresso o Mediaset fondate su modelli nonprofit?

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