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Iran, solo lo 0,027% usa Twitter: un po’ poco per una rivoluzione

Il ruolo giocato da Twitter nella rivolta dello scorso giugno contro il regime iraniano, dopo le contestate elezioni che hanno visto la conferma di Mahmoud Ahmadinejad alla presidenza, potrebbe essere stato enfatizzato un po’ troppo. Uno studio condotto dal britannico Charles Leadbeater e dall’analista Annika Wong, basato sull’esame di dati sul social network, ha concluso che Twitter in Iran viene usato solo dallo 0,027% della popolazione.

E la ricerca, secondo i due autori, comprende anche migliaia di indirizzi Twitter di stranieri che per solidarietà si sono "trasferiti" virtualmente in Iran: il dato reale sarebbe ancora più basso.

Un po’ poco, statisticamente, per giustificare interventi come quello del Dipartimento di Stato Usa, che nel pieno della rivolta chiese a Twitter di rinviare un aggiornamento tecnico per non privare i manifestanti – spiegò la diplomazia americana – di uno dei loro principali metodi di comunicazione con il resto del mondo. 

4 Comments

  1. sonia says:

    mi chiedo però se per un paese in cui soltanto una piccola percentuale di persone ha facoltà di connettersi ad Internet, in cui una donna che usa il cellulare non è vista di buon occhio – come ha spiegato Saviano – riuscire far passare un video come quello dell’assassinio di Neda non sia già una rivoluzione.

    http://pennedigitali.libero.it/2009/iran-senza-twitter-che-rivoluzione-e/

  2. marco says:

    Domanda giusta, Sonia. E forse hai ragione tu. Però temo che nei mesi scorsi ci siamo tutti lasciati trascinare – io per primo – dall’immagine di un paese intero impegnato a mandare tweets d’aiuto al resto del mondo. La realtà è che ha agito una “minoranza creativa” che è ancora molto minoranza. Ma questo non diminuisce l’importanza di quello che è accaduto

  3. Massimo says:

    sono le avanguardie della rivoluzione del web2.0 ;-) )))

  4. [...] le notizie interessanti, insomma, e stabilito che non c’è nessuno che te le invia tramite Twitter, allora mi pare che qualcuno dovrebbe stare sul posto – o perlomeno nelle vicinanze – a [...]

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