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I limiti di Wikipedia

Il progetto Wikipedia è in un momento di crisi. Come ha raccontato Massimo Gaggi dagli Stati Uniti, la celebre enciclopedia online ha perso nei primi mesi di quest’anno 50 mila collaboratori: c’è sempre meno interesse a offrire tempo in modo gratuito per riempire le varie sezioni, e in molti si stanno stufando.

E’ un segnale che deve far riflettere sui limiti del "crowdsourcing" e del "citizen journalism", parole magiche molto usate di questi tempi anche come possibili chiavi di lettura del futuro del giornalismo. I media tradizionali e il giornalismo professionale sono in crisi – è la tesi – e il futuro è nelle mani della libera iniziativa sul web, gratuita e volontaria. Bella idea, ma forse utopica.

Lo dimostra la stessa Wikipedia, e non solo per i problemi che incontra a tirare avanti con un modello basato sul libero contributo della gente di buona volontà. Ma anche con le scelte che fanno i collaboratori su quali aspetti della realtà valgono il loro tempo.

Il blog Zero Geography ha creato mappe per mostrare da quali paesi arrivano i contributi a Wikipedia e soprattutto di quali paesi ci si occupa. Ne emerge per esempio che ci sono più articoli scritti sull’Antartide che su tutti tranne uno dei 53 paesi dell’Africa. Di più: ci sono più articoli scritti su luoghi inesistenti usciti da libri del genere fantasy, come "Middle Earth", che sulla maggior parte dei paesi di Africa, America Latina e Asia.

Ora, con tutti i difetti che possono avere i nostri giornali e i nostri Tg, credo si possa dar atto del fatto che almeno tentano di tenere uno sguardo più ampio sul mondo, che spazia dalle elezioni presidenziali in Bolivia, alle crisi dell’Africa centrale e al futuro dell’economia in India.
Tutto questo – con buona pace degli entusiasti a oltranza del citizen journalism e dell’informazione tutta gratis – è un merito del giornalismo "tradizionale". E ha un valore e dei costi.

2 Comments

  1. Marco says:

    Una rapida osservazione, sorvolando tutti i rilevanti difetti dei quotidiani (permettimi una inappropriata generalizzazione): tu stai confrontando Wikipedia – un’enciclopedia – con telegiornali, quotidiani e riviste: direi che si tratta di media che offrono servizi completamente diversi, sia come scopi, che come target di utenza, che come modello di business.
    Non so se mi spiego..

  2. Marco says:

    Non metto ovviamente Wikipedia sullo stesso piano dei siti di news, si tratta di cose diverse. Quello che però che mi sembra rilevante è che alla base del funzionamento di Wikipedia ci sono quelle iniziative di condivisione e volontariato che spesso vengono proposte come una soluzione per i media del futuro.

    Io sono un entusiasta del web 2.0, ritengo i blog un grande contributo alla democrazia e penso che Twitter sia geniale (Facebook no, ma questo è un altro discorso). Ma mi permetto di dubitare di chi pensa che siano le basi per un serio business model per i giornali del futuro. E indico Wikipedia come esempio: alla lunga, è un modello che mostra i propri punti deboli. Così come li mostrerebbero media basati solo sui concetti di comunità, condivisione gratuita e “citizen journalism”. Penso che occorrerà ancora del tempo prima di condannare agli archivi il vecchio giornalismo professionale.

    Quindi, in due parole: è bene che i giornali siano aperti all’innovazione, digitali e multipiattaforma, ma hanno ancora bisogno di essere fatti, in larga parte, da persone che di mestiere fanno il giornalista.

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