CAPITOLO 2 - BOWERY

1 Marzo 1932

Doveva essere bella, da giovane.
La guardo' passarsi una mano tra i lunghi capelli neri e scostare una
ciocca untuosa che continuava a caderle sul volto. La donna appoggio' i
gomiti sul bancone. Due bottoni mancanti all'altezza del petto lasciavano
intravedere una biancheria un tempo candida sotto il vestitino a fiori,
pieno di rammendi. Non erano solo le rughe e le borse violacee sotto agli
occhi a trasmettere l'immagine di un fiore appassito. Era la pelle, il suo
colore, l'aridita': tutto contribuiva a dare la sensazione che quello fosse il
letto di un fiume in un'altra epoca sicuramente impetuoso, ma ormai
prosciugato.
Eppure...
La osservo' meglio e capi' che la verita' era ancora piu' dolorosa. Non era
vecchia. Forse aveva a malapena trent'anni. L'alcool da pochi centesimi e
la miseria, insieme, creavano effetti sconvolgenti.
Distolse lo sguardo dalla ragazza con il volto da nonna, affondata in
pensieri che sembrava stesse cercando di rintracciare sul fondo
dell'ennesimo bicchierino.
Una musica allegra, frutto del lavoro d'insieme di una band affiatata,
usciva dalla radio e riempiva il locale di note che non sembravano tirar su
il morale a nessuno.
Chuck lancio' uno sguardo distratto in giro. Un paio di puttane
disoccupate sedevano in un angolo del locale, carezzando affettuose un
orribile cagnolino dal muso schiacciato. Una coppia silenziosa occupava
uno dei tavolini di Frankie's. L’uomo di tanto in tanto sospirava, le
occhiate della donna sembravano richieste di aiuto provenienti da un
naufragio.
Era un buco di posto, illuminato male, sempre impregnato da un vago
odore di muffa. Un ragazzino scheletrico e spettinato passava lo straccio
sul pavimento. Ad ogni colpo di spazzolone, dalle spalle gli sfuggivano le
bretelle che sorreggevano un paio di calzoni troppo larghi, sicuramente
ereditati da un fratello maggiore o da qualcuno della famiglia. Vide che le
sistemava con un gesto rapido ed esperto, affondava di nuovo lo
spazzolone e quelle minacciavano un'altra volta di lasciarlo in mutande.
Chuck se ne stava appollaiato sullo sgabello, la schiena curva, le mani
che giocherellavano con la salvietta sul gelido banco di zinco. Lanciava di
tanto in tanto occhiate incuriosite alla giovane sfregiata dalla poverta'.
Tutto era finito, cancellato.
Bevve un altro sorso, per cercare di riempire il vuoto che sentiva dentro.
Il bicchiere era opaco, frutto di troppe risciacquature frettolose. Chissa'
quante mani lo avevano stretto cercando di ricavarne un po' di coraggio.
Quanti, prima di lui, avevano osservato i riflessi del liquore sul vetro,
perdendosi nell'ammirarne il luccichio'?
Era accaduto cosi' in fretta che ancora si chiedeva come fosse potuto
succedere. Sembrava che le cose sarebbero rimaste cosi' per sempre. I
pomeriggi a caccia di ragazze lungo la Broadway, le serate nei locali, a
guardare e lasciarsi ammirare. Avvicino' di nuovo il bicchiere alle labbra e
rivide le bocche che aveva baciato in quegli anni. Salate, screpolate,
tremanti, morbide, umide, dolci, rigide per il terrore della prima volta o
socchiuse dal piacere. Sollevo' ancora gli occhi verso la donna distrutta
che beveva a pochi metri da lui e la paragono' mentalmente a quelle che
aveva avuto tra le braccia. Corpi abbracciati nell'ombra di un sottoscala,
seni che sembravano scolpiti sotto camicette bianche immacolate.
"Pazzi", penso'. "Eravamo giovani, pazzi e certi di essere onnipotenti".
C'era chi lo aveva messo in guardia, ma Chuck, come tutti, non
ascoltava. Quelli che avevano fatto la guerra guardavano perplessi e
schifati, ma loro se ne fregavano.
Cio' che piu' gli pesava non erano tanto le cose che aveva perso, la vita
degli anni Venti, la stupida spensieratezza con cui aveva trascorso buona
parte della sua esistenza. Il vero incubo era l'assenza di prospettive, la
mancanza di un significato e di uno sbocco in quello che faceva adesso,
giorno dopo giorno. Fece sparire in un sorso quello che restava
dell'intruglio terribile che chiamavano rum.
"Un altro goccio, Chuck?". Frankie stava pulendo il bancone con lo
straccio e parlo' senza sollevare la testa per guardarlo.
Non rispose, si limito' ad avvicinargli il bicchiere per farselo riempire. Ci
voleva molta fantasia per immaginare che fosse anche solo un lontano
parente del liquore che un tempo arrivava dai Caraibi. Il liquido
marroncino in realta' proveniva dal garage dietro casa di
un'intraprendente signora del Queens, che con i figli aveva messo in piedi
una delle tante distillerie clandestine della citta' e faceva soldi facili grazie
al proibizionismo. La banda di irlandesi che riforniva Frankie's e gli altri
locali della Bowery era capace di rivendere quella robaccia a venti volte il
prezzo di costo. Vietare i liquori ormai serviva solo ad arricchire questa
gente. Era tutta una farsa: solo sulla Bowery c'erano almeno venti
speakeasy come quello dove sedeva Chuck. Passeggiando sulla strada si
vedevano porte sprangate e assi inchiodate alle vetrine. Ma bastava
entrare nel primo vicolo, trovare l'ingresso posteriore ed ecco che tutto,
dentro, era come all'epoca in cui nessuno si sarebbe sognato di vietare ad
un uomo di farsi un goccio in santa pace.
"Ci sono due nuove navi al molo 18, lo sapevi?", gli chiese Frankie
mentre inclinava la bottiglia verso il bicchiere di Chuck. "Una e' inglese e
l'altra olandese. Hanno gia' scaricato entrambe la merce e fatto
rifornimento per la traversata dell'Oceano. Mi chiedo quale prendera' il
largo per prima...".
Chuck sapeva benissimo dove il barman voleva arrivare. Avvicino' di
nuovo a se' il bicchierino e guardo' l'ometto quasi calvo senza riuscire a
trattenere un sorriso: buon vecchio Frankie, almeno riesce a farmi ridere.
"A quanto le danno?".
"L'inglese e' 3 a 1, l'olandese attualmente e' 5 a 1".
"Ok, un quarto di dollaro sull'olandese. E se non levano l'ancora prima
della nave di Sua Maesta' britannica, e' davvero l'ultima volta che mi
servo di te per le scommesse. Non riesco mai ad azzeccarne una".
"Non dare la colpa a me, sono solo un pover'uomo che cerca di
arrotondare l'incasso della giornata", replico' Frankie, afferrando il quarto
di dollaro e infilandolo rapidamente in un borsellino di pelle. Poi prese una
matita e segno' la scommessa su un pezzo di carta. Era un uomo minuto,
con le spalle cadenti e un paio di baffoni neri che sembravano invadergli
buona parte del volto. Chuck gli era affezionato, come gli capitava tutte
le volte che si imbatteva in un'anima solitaria come la sua.
Sapeva che Frankie viveva nel palazzo della signora Monroe, una vedova
cinquantenne che affittava camere per pochi dollari e sapeva farsi gli
affari propri, senza fare troppe domande agli inquilini sul modo in cui si
procuravano da vivere. Del resto, tutti cercavano di tirare avanti con
espedienti piu' o meno leciti. Erano passati piu' di due anni da quando
Wall Street aveva inghiottito sogni e miliardi, eppure le cose sembravano
andare sempre peggio e chi poteva si arrangiava.
Frankie se la cavava con l'alcool clandestino e le scommesse. Chuck non
faceva niente di illegale, ma era certo che la coscienza del barman gli
dava meno problemi di quanto la sua facesse con lui. Se solo avesse
potuto avere una seconda occasione. Gli apparivano immagini che
sembravano provenire da un secolo lontano, musiche del mondo che
amava, prima che gli crollasse addosso. La prima volta che aveva
ascoltato la Rapsodia in Blu di Gershwin alla Aeolian Hall, dove era stato
spedito dall'Associated Press a far da spalla ad un collega piu' esperto. Le
serate infinite trascorse ad allargare il giro delle conoscenze femminili e a
canticchiare le canzoni di Berlin. Amava quella vita, amava quel mondo.
Ancora oggi che ne riconosceva tutta l'assurdita', non poteva fare a
meno di rimpiangerlo.
Era cosi' orgoglioso del suo lavoro all'AP. Eppure, aveva trovato il modo
di rovinare tutto. Un errore, un maledetto passo falso. Per quanto,
ancora, avrebbe dovuto pagarlo?
Butto' giu' un altro sorso, sentendo lo stomaco andare in fiamme e le
budella protestare. La prospettiva di andare a letto per poi alzarsi e
cominciare una nuova giornata da 'spalatore' lo terrorizzava.
In realta' sapeva di dover essere grato a William Randolph Hearst e al suo
New York Journal, l'unico posto dove il licenziamento dall'AP non veniva
visto come una macchia professionale insanabile. Ma adesso era
diventato un prigioniero della Depressione. Un anno dopo il suo arrivo al
Journal il mondo era crollato e doveva considerarsi fortunato ad avere
ancora un lavoro. Non poteva fare lo schizzinoso, anche se si
vergognava di almeno meta' degli articoli sui quali metteva la sua firma
altisonante, Sherwood Forbes.
("Sherwood? E che razza di nome e'? Ti chiameremo Chuck, e' piu'
semplice", aveva sentenziato il capetto della sua classe il primo giorno di
scuola elementare a Watertown. E Chuck era sempre rimasto, eccetto
che sui giornali, dove tornava ad usare quel nome bizzarro che nessuno
in famiglia ricordava piu' come fosse stato scelto).
Da quattro anni era recluso nella sezione 'spalatori' del Journal. Il suo
compito era scavare nei fatti di cronaca piu' torbidi, 'spalare' - il termine
lo aveva coniato la mente malata del suo capo, Kerry O'Brady - nella vita
della gente e tirar fuori storie che facessero effetto e, soprattutto,
aumentassero le vendite. Poco importava che fossero del tutto vere.
"La realta' non sempre ha il senso della notizia, Chuck", gli ripeteva
O'Brady, mentre le guance grasse da irlandese alcolizzato gli si tingevano
di rosso. "Il nostro compito, talvolta, e' aiutare i fatti a diventare notizie".
E in quel verbo, aiutare, erano comprese azioni spregevoli di ogni genere:
falsificazioni, montature, esagerazioni, palate di fango.
Sognava di poter scrivere di arte, di musica, di personaggi emergenti. E
invece creava storie di adulteri che coinvolgevano i politici della citta' e
lanciava allarmi inesistenti su progetti delle gang cinesi di rapire figli di
coppie bianche. Oppure dipingeva con pesanti pennellate le guerre tra le
bande italiane e quelle irlandesi per il controllo del traffico di liquori".
"Colore, ci vuole colore, alla gente piace", ripeteva O'Brady. E lui
obbediva. Non aveva altra possibilita'.
Non poteva fare lo schizzinoso, con i tempi che correvano. Dopo tutto
era uno dei pochi in Orchard Street e in buona parte del Lower East Side
a potersi ancora permettere un appartamento di due stanze da solo,
mentre in tutto il quartiere famiglie disperate di ebrei e italiani vivevano
ammassate in otto o nove in una camera, spesso senza finestre, in
condizioni da far spavento.
Frankie si avvicino' di nuovo con la bottiglia. Fece cenno di no con la
testa.
Il barman si rimise a pulire. Chuck lo osservo' per qualche istante:
qualcuno gli aveva detto di recente che Frankie e la vedova Monroe
avevano una relazione. Gli sembrava una storia piu' inverosimile di quelle
che scriveva sul giornale, ma la fonte era affidabile. Se era vero, era
contento per loro. Un uomo e una donna soli, ormai non piu' giovani, che
avevano trovato un modo per andare avanti insieme in mezzo a tutta
quella desolazione: non poteva che invidiarli.
Sollevo' la testa dal bicchiere con il finto rum e pianto' gli occhi su una
serie di ritagli incorniciati e appesi alla parete dietro il bancone. Pezzi di
giornale con le foto di un giovane dal volto sorridente, in piedi di fronte
ad un aereo che luccicava sotto il sole, oppure impegnato a salutare folle
enormi mentre sfilava in parata sulla Quinta Avenue. L'ammirazione per
quell'uomo era un punto che lui e Frankie avevano in comune. Ne
avevano parlato tante volte, ma il barman non si stancava mai di sentirgli
raccontare la storia della mattina di maggio che aveva trascorso a Long
Island, con una pattuglia di altri reporter, a parlare a quel pilota
indecifrabile. Ricordava come era rimasto stupito dai suoi modi tranquilli,
dalla sua serenita' e nello stesso tempo dalla concentrazione e
determinazione che trasparivano da ogni suo movimento.
Quando Frankie voleva far colpo con qualche nuovo cliente, si
avvicinava a Chuck e lo incastrava con la solita richiesta, ad alta voce:
"Dai, raccontaci la mattina che hai visto decollare Spirit Of St.Louis".  
Charles Lindbergh volava alto sopra la melma del mondo in cui tutti loro
erano costretti a vivere. Chuck non aveva mai ammirato qualcuno così
dai tempi di zio Fred, il capostazione di Watertown, l’uomo che dopo la
morte dei genitori lo aveva cresciuto sulle rive del Lago Ontario,
insegnandogli i segreti del telegrafo. Lindbergh era l’eroe che aveva
preso, nel cuore di Sherwood Forbes adulto, il posto che un tempo era
stato riservato solo a zio Fred e alle sue magie con l’alfabeto Morse.
Cresciuto in una stazioncina di campagna, senza amici e con la sola
compagnia dei libri che arrivavano con il treno da New York, passava il
tempo immaginando paesi lontani e misteriosi e il telegrafo, affidato alle
sapienti mani dello zio, era lo strumento di contatto con i mondi di cui
leggeva le meraviglie nei libri.
Sapeva di essere forse un po' infantile, ma l'aereo di Lindbergh
rappresentava oggi ciò che il telegrafo di zio Fred era stato negli anni
della giovinezza: uno strumento per correre lontano, verso terre
inesplorate. Lontani dalla miseria che lo circondava. Lontani dal Lower
East Side, dalla Bowery, dal rum finto e dalle ragazze con la pelle corrosa
dall’alcool. Anche uno 'spalatore', per sopravvivere, aveva bisogno di
sognare.  
Era quasi mezzanotte e Frankie’s si stava svuotando. Pagò la pessima
bevuta, salutò Frankie e si avventurò nel vicolo e poi sulla Bowery.
Rischiava una coltellata a quell’ora e in quel posto, ne era pienamente
consapevole. Ma dopo aver finito il turno al giornale non aveva avuto
voglia di tornare subito a chiudersi tra le quattro pareti del suo
appartamento, ad ascoltare il rumore delle fabbriche di tessuti degli ebrei
che lavoravano ad ogni ora.
Percorse veloce le stradine buie che conducevano ad Orchard Street,
battute da un vento gelido che gli sparava in faccia nevischio pungente.
Aveva i sensi in stato di allerta e ogni ombra in movimento gli faceva
andare il cuore in gola. Non voleva finire la nottata scaraventato sul
marciapiede di Doyers Street, nel Bloody Angle, come lui e i suoi colleghi
avevano ribattezzato una stretta curva dove i gangster abbandonavano i
cadaveri, gettandoli dalle auto in corsa.
Arrivò in vista dell'edificio a tre piani dove abitava, con le scale
antincendio che coprivano quasi interamente la facciata cadente di
mattoni dipinta di grigio. Allungò il passo, poi si bloccò, impietrito. Un
punto luminoso, rossastro. Una sigaretta accesa, dentro un’auto
parcheggiata proprio davanti a casa sua.
Forse doveva mettersi a correre e scappare, ma era impaurito e incerto
sul da farsi.  “Stavolta sono fregato”, pensò, cominciando a passare in
rassegna mentalmente gli articoli scritti negli ultimi mesi. Cercava di
individuare chi potesse essersi arrabbiato al punto da mandargli un sicario.
“Tutta colpa di Kerry e del suo colore!”, si sorprese ad imprecare. “Avrò
sicuramente esagerato, forse è un marito geloso o umiliato per qualche
pezzo in cui descrivevo le avventure amorose della moglie”.
Era ancora indeciso su come salvarsi, quando la sigaretta si mosse. Lo
sconosciuto stava scendendo dall’auto. Si scosse dalla paralisi e si voltò
per darsi alla fuga.
“Maledizione, sei arrivato finalmente! Dove credi di scappare?”. La voce
era familiare.
“Tony?”, chiese Chuck con tono stupito, intravedendo nella luce fioca e
in mezzo al nevischio la figura bassa e grassottella di Anthony Felicetti,
un collega della squadra ‘spalatori’. “Posso sapere che diavolo ci fai qui,
a quest’ora? Mi hai spaventato a morte!”.
“Ti aspetto da quasi un’ora. E’ terribilmente tardi, arriveremo senza
dubbio per ultimi. Corri di sopra, prendi quello che ti serve e precipitati in
auto. Dobbiamo partire subito per il New Jersey”.
“Di cosa stai parlando? Dannazione, Tony, è mezzanotte: cosa dobbiamo
andare a fare nel Jersey?”
“Stavolta è roba grossa. Enorme”.
Tony Felicetti gettò per terra la sigaretta, la spense con la punta della
scarpa di cuoio nero, lucidissima come sempre. Poi lo guardò in faccia e
pronunciò la più impensabile tra le possibili spiegazioni che Sherwood
Forbes si aspettava di ricevere: “Hanno rapito il figlio di Lindbergh”.
MARCO BARDAZZI